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C'era una volta...

  • C'era una volta...

    Antichi giochi e tradizioni toscane nelle incisioni di Carlo Lasinio e Giuseppe Piattoli (1790)

    C'era una volta...
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    Intro 1

    Giuseppe Piattoli, Carlo Lasinio

    Giuochi, Trattenimenti e Feste Annue che si costumano in Toscana e specialmente in Firenze

    Firenze 1790

     

    "Lieti così della città di Flora passano i Figli in giuoco i più verd'anni; cresce la robustezza e degli affanni il crudel peso un bel piacer ristora".

     

    Siamo a Firenze sullo scorcio del XVIII secolo e gli editori Niccolò Pagni e Giuseppe Bardi intraprendono un progetto editoriale che coinvolge due insegnanti dell’Accademia di Belle Arti: Giuseppe Piattoli, professore di disegno, e Carlo Lasinio, docente di incisione. Il tema del volume è quanto mai popolare e certamente in linea con l’orientamento commerciale dei due editori, ovvero un’illustrazione dei giochi tradizionali fiorentini.

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    Intro 2

    Le donne per parer belle si fanno brutte

    Acquaforte acquarellata, 1786c.
    Gabinetto Disegni e Stampe, inv. 22096 st. sc.

    Piattoli e Lasinio avevano già avuto diverse occasioni di collaborare, il primo come disegnatore e il secondo come incisore. Evidentemente si trovavano in particolare sintonia quando affrontavano temi di cultura popolare, a volte anche con risvolti caricaturali. Assieme, infatti, si erano cimentati in un altro volume edito da Pagni e Bardi dedicato ai proverbi toscani e, poco dopo, avevano eseguito una serie di tavole dedicate allo Sposalizio di Marfisa, probabilmente ispirate al poema eroicomico di Carlo Gozzi, La Marfisa Bizzarra (1774), e alle numerose stampe di riproduzione dai dipinti di Willam Hogarth sul Matrimonio alla moda. Queste opere si ponevano in continuità con la tradizione letteraria toscana a carattere satirico e burlesco e rispondevano al diffuso interesse per i libri illustrati, da sempre apprezzati anche presso la corte granducale fiorentina.

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    Intro 3

    Sibilla Samia (da Guercino)

    Acquaforte a colori a lastre multiple, 1785c.
    Gabinetto Disegni e Stampe, inv. 93908

    Se di Piattoli conosciamo giusto l’essenziale, la figura di Carlo Lasinio è quanto mai definita nella sua poliedricità e in più occasioni è stata oggetto di studi. Originario di Treviso, dove nasce nel 1759, è a Firenze almeno dal 1779, quando lo troviamo nella Galleria degli Uffizi a studiare e copiare dipinti e sculture antiche. Naturale conseguenza di questo suo interesse per le collezioni granducali è il cimentarsi, di lì a pochi anni, nella riproduzione a stampa delle opere pittoriche e scultoree ad esse appartenenti, che avevano largo mercato anche in conseguenza della moda crescente del Grand Tour. Anche su una produzione a fini espressamente commerciali, Carlo Lasinio fu un notevole sperimentatore di tecniche incisorie allora poco diffuse nella penisola. Suo principale obiettivo era quello di ottenere illustrazioni riproducibili a colori. Collaborò per un periodo a Firenze con il francese Edouard Gautier Dagoty da cui apprese la tecnica della stampa a tre o quattro lastre, incise e inchiostrate con colori diversi per ottenere dalla sovrapposizione di diverse impressioni un’immagine a colori. In altri casi si limitò a utilizzare la tecnica cosiddetta “à la poupée”, che prevedeva l’inchiostrazione simultanea con colori diversi di una medesima lastra, o infine le coloriture a pennello di acqueforti stampate in nero, come nelle tavole dedicate ai giochi.

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    Intro 4

    Il Camposanto di Pisa: Le nozze di Rebecca ed Isacco

    Acquaforte, 1812c.
    Gabinetto Disegni e Stampe, inv.104076

    All’incisione di riproduzione si dedicò instancabilmente almeno finché non ricevette, nel 1807, la prestigiosa nomina a conservatore del Camposanto di Pisa. Questo incarico lo distolse solo in parte dalla sua professione di incisore: abbandonò le stampe popolari per privilegiare la documentazione delle opere del passato (al 1812 risale la prima edizione della serie sulle Pitture a fresco del Camposanto di Pisa) e adeguò la tecnica esecutiva alla più fredda, e quindi più oggettiva, incisione a linea di contorno, che in quegli anni iniziava a riscuotere maggiore successo tra gli studiosi ed estimatori delle arti.

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    Intro 5

    Giuseppe Piattoli, Carlo Lasinio

    Giuochi, Trattenimenti e Feste Annue che si costumano in Toscana e specialmente in Firenze

    per Niccolò Pagni, e Gius. Bardi

    Firenze 1790
    Volume in-folio oblungo, 25 tavole, ciascuna mm 320 x 460
    Acquaforti acquarellate
    Gabinetto dei Disegni e delle Stampe
    GDSU, invv. 14997-15021 St. vol.

    La serie che qui presentiamo, pubblicata nel 1790, è composta da 24 tavole, ciascuna corrispondente a uno specifico gioco o tradizione fiorentina, precedute dal frontespizio che riporta l’elenco completo delle illustrazioni. Le stampe, incise ad acquaforte e successivamente acquarellate, presentano scene animate, vivaci, che a tratti dedicano spazio anche a una descrizione di scorci della Firenze di fine Settecento. Solo due sono firmate da Carlo Lasinio (“La Civetta” in basso a sinistra e “L'Infilalago” in basso a destra), ma l’omogeneità stilistica della serie dimostra che anche le altre, se non da questi direttamente incise, furono eseguite sotto la sua stretta direzione artistica. Cinque anni dopo Pagni e Bardi pubblicarono una nuova serie di Giuochi fiorentini di minori dimensioni e composta da un numero ridotto di illustrazioni.

    Giuochi, Trattenimenti e Feste Annue che si costumano in Toscana e specialmente in Firenze", per Niccolò Pagni, e Gius. Bardi Firenze 1790
    Gabinetto dei Disegni e delle Stampe | Gli Uffizi
    Scheda opera
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    La Berlina

    Cuopre il riso talor labbro sincero che vuol ridendo motteggiar sul vero.

    Già dal Rinascimento il termine “berlina”, oltre che pubblica derisione e per estensione “gogna”, indicava un gioco che mirava a mettere una persona al centro di una sorta di scherzo crudele.
    La vittima prescelta esce di scena e gli altri giocatori devono indicare motivi per cui può essere messa alla berlina, motivi che le vengono quindi enunciati al suo rientro: si va da caratteristiche fisiche, a lati del carattere, dettagli del vestire... Qui infatti sembra che la dama al centro del gioco con un vistoso copricapo sia oggetto di sbeffeggiamenti da parte del gruppo di giovani che ridendo la osserva e addita.

    Nell’indice contenuto nel frontespizio si suggerisce la Berlina come una sorta di contrappasso contro chi si diverte a prendersi gioco degli altri: “La Berlina, a cui è destinato il più rigido motteggiatore”.

     

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    Il Beccalaglio

    Amore è cieco eppur trova sovente da unire i cuori e avvelenare la mente.

    Si tratta di una versione toscana del classico “Mosca Cieca” a cui viene aggiunto un preambolo: a un partecipante bendato e posto in mezzo al campo da gioco, viene chiesto “Che sei venuto a fare in mezzo alla piazza?”, lui risponde “A beccar l'aglio!”; a questo punto il bendato riceve un primo colpetto da un compagno che dice “Allora beccati questo!” e il gioco vero e proprio comincia con il bendato che deve afferrare i compagni che lo circondano.
    Mosca cieca da sempre è tra i giochi di piazza più popolari: nasce come gioco da bambini, ma nel Settecento viene particolarmente apprezzato e giocato anche da adulti, come vero e proprio gioco di società. Considerata la grazia lievemente maliziosa con cui sono rappresentate le signore in questa incisione (il bendato è per l'appunto un uomo), possiamo richiamare la variante che prevede che il bendato riconosca al tatto il compagno catturato. Se il bendato indovina, si invertono le parti e chi è stato catturato diventa catturatore. Il motto sottostante la tavola sembra confermare questa interpretazione.

    Dal frontespizio: “Il Beccalaglio, il bendato arresta uno de circostanti”.

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    La Pentolaccia

    Se il guardo offusca un amoroso foco giammai del vero si discuopre il loco.

    Gioco estremamente popolare, un tempo era praticato soprattutto tra Carnevale e inizio Quaresima. Un tegame di terracotta viene riempito di dolciumi e appeso al ramo di un albero: a turno i giocatori bendati devono cercare di romperlo colpendolo con un bastone, dopo essere stati fatti girare su loro stessi almeno un paio di volte.
    Le origini del gioco, forse italiane, sono perse nella leggenda: viene citato nella versione italiana del Gargantua di Rabelais, ma non nell'originale francese. Una rappresentazione di questo gioco, contemporanea alla nascita di queste incisioni, si trova nel Giardino di Boboli, con il gruppo scultoreo di Giovan Battista Capezzuoli realizzato tra 1778 e 1780.

    Il motto fa riferimento all’incapacità di cogliere il vero (e quindi di prendere la mira, come nel caso rappresentato), se il fuoco d’amore offusca lo sguardo, a conferma della connessione tra gioco e amorosi sensi, stabilita nelle leggere e divertite rappresentazioni di questo album.

    Dal frontespizio: “La Pentolaccia, bersaglio a un giuocatore bendato”.

     

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    L’Altalena

    Giuoca vaga donzella all'altalena, e tesse intanto ai cuor dolce catena.

    Da Fragonard a Watteau, l’altalena è passatempo settecentesco, galante e malizioso per eccellenza: la donzella si libra nell’aria, sospinta da un giovane, con le larghe gonne soggette agli scherzi del vento, in preda alla vertigine prodotta dall’oscillazione sempre più ardita. Ammiccamenti, seduzione e diletti amorosi trovavano nei parchi delle ville nobiliari il loro perfetto teatro, come attestato dall’immagine e dal motto sottostante, mentre nell’indice in frontespizio si trova una descrizione del gioco ben più piana e didascalica: “L’Altalena, Specie di bilico sulla corda”.

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    Il Pallone

    Mentre segna il pallon l'area traccia cresce il vigor nelle robuste braccia.

    Sembra trattarsi della versione piemontese del gioco del pallone: due squadre di 4 giocatori si affrontano passandosi la palla e colpendola con un bracciale di legno che copre mano e polso; la palla può essere respinta dopo averla fatta rimbalzare su un muro. Si tratta di un gioco di origini antichissime che si ispira al francese jeu de paume e trova larga diffusione presso i giovani della nobiltà e non solo, fino ad arrivare ad un picco di popolarità nell’Ottocento con la creazione di spazi destinati al gioco (sferisteri) e la nascita di squadre che si sfidavano in tornei molto seguiti.
    A Firenze il primo sferisterio si trovava nella zona di Borgo Pinti e venne demolito con le distruzioni seguite all'ammodernamento del centro storico in occasione dell’assegnazione alla città toscana del ruolo di capitale del neonato Regno d’Italia (1865-71). A furor di popolo venne ricostruito per sottoscrizione pubblica nella zona fuori Porta San Gallo: dell’edificio rimane oggi memoria nel toponimo via del Pallone, presso viale dei Mille.

    Il Secolo dei Lumi riservava particolare attenzione alla salute e alla forma fisica, esaltate dal motto sotto l’incisione e dalla sintetica definizione nell’indice del frontespizio: “Il Pallone, giuoco ginnastico”. In effetti il bracciale pesava circa 2 kg e serviva a respingere una palla di cuoio di 12 cm di diametro. I giocatori si distinguevano in campo indossando in vita una fusciacca colorata e ornata di frange, con le iniziali dell'atleta, spesso omaggio di un'ammiratrice.

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    Le Pallottole

    Da questi globi ogni mortale intende del mondo le volubili vicende.

    Si tratta del gioco delle bocce, noto fin dall’antichità, trovandosene tracce in sepolture neolitiche in Turchia, per giungere fino in Egitto, nell'antica Grecia e a Roma, da dove i legionari lo esportarono in ogni parte dell'impero. Gioco molto popolare in ogni epoca, giunse a coinvolgere persone di ogni estrazione sociale e censo, e fu regolamentato, limitato se non addirittura proibito per i disordini che si generavano intorno alle competizioni. A Firenze una piazzetta, detta appunto delle Pallottole vicino alla cattedrale di Santa Maria del Fiore, testimonia la popolarità di questo passatempo, vietato in altri luoghi e confinato a quello spazio centralissimo.
    Due giocatori o due squadre con 3 o 4 componenti si sfidano nel lanciare la palla più vicina possibile al boccino iniziale.

    Dal frontespizio: “Le Pallottole, dove la più piccola è il bersaglio”.

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    Il Guancialin d'Oro

    Chi mi percuote indovinar non curo che in braccio al caro ben vivo sicuro.

    Si tratta della versione ingentilita di un gioco piuttosto manesco detto anche “Mano calda”: una persona bendata o appoggiata ad un muro riceve alle spalle uno schiaffo sulla mano distesa lungo la schiena, e deve indovinare l'autore del gesto. Anche in questo caso l'accezione settecentesca prevede che il gentiluomo che “sta sotto” si appoggi su un cuscino tenuto in grembo da una fanciulla. Si giustifica così il motto secondo cui il gioco non procede perché il giovane non è motivato a vincere, potendo godere della vicinanza della dama che lo accoglie. In questa modalità pare provenga dal mondo della nobiltà veneziana, con l'abitudine di poggiare il volto su un guancialino di stoffe pregiate.

    Dal frontespizio: “Il Guancialino d’oro, chi giuoca, indovina chi lo percote”.

  • 13/31
    Bicci Calla Calla

    Difficile sarà più che non credi sicuro indovinar quel che non vedi.

    Bicci calla calla calla,
    quante corna ha la cavalla?
    Biccicù cuccù
    Quante corna son lassù?

    Questa filastrocca veniva ripetuta dal giocatore che montava in groppa al compagno di gioco che doveva indovinare quante dita stava mostrando l’altro, come spiega anche la voce nell’indice in frontespizio: “Bicci calla calla cc. Chi sta sotto deve indovinar quante dita alza quello di sopra”.
    Il gioco si chiama “Salincerbio”, e si trova descritto nella prefazione di una delle edizioni del poema eroicomico “Malmantile racquistato” del pittore fiorentino Lorenzo Lippi. Il testo infatti contiene, oltre alla divertita storia epica intorno alla contesa sul regno di Malmantile (borgo sulle colline ad ovest di Firenze), una sorta di lemmario di modi di dire, detti, proverbi, giochi e antiche tradizioni toscane, che ottenne persino la validazione dalla Crusca. Il gioco si trova infatti citato nella terza edizione del Vocabolario degli Accademici della Crusca come “Giuoco d'esercizio, che fanno i nostri fanciulli” (1691).

  • 14/31
    Capo a nascondersi

    Così passa il mortal ore gioconde, se l'avvenir al suo pensier nasconde.

    Il gioco qui rappresentato sembra essere "Nascondino", noto probabilmente in ogni angolo della Terra: un giocatore, contando fino a un numero prestabilito, dà agli altri giocatori il tempo di nascondersi, quindi li cerca e deve tornare alla base prima del compagno trovato. Nella versione di “Capo a nascondere” si gioca in coppie: della coppia che “conta” uno aspetta alla base e l'altro cerca per poi tornare di corsa dal compagno quando trova i giocatori nascosti.

    L’illustratore ha ambientato questo gioco in un contesto signorile in cui gli adulti fanno da spettatori e sono i bambini a giocare, come da definizione nel frontespizio: “Capo a Nascodi, un ragazzo si nasconde, e se è trovato, tocca a lui con li altri a cercare”.

  • 15/31
    Il Saccomazzone

    Di rea fortuna i colpi come schivar potrai mortal se cieco sei e l'avvenir non sai.

    Si tratta di una versione agguerrita della più classica “Mosca cieca”: i due giocatori bendati cercano di colpirsi con un panno annodato senza staccarsi da un sacco posato a terra. È uno dei giochi che si usavano in campagna, come suggerito dall’illustrazione stessa che raffigura insieme popolani e signori nell’atto di assistere alla contesa.
    Un gruppo scultoreo in pietra serena eseguito da Orazio Mochi e Romolo Ferrucci del Tadda nel 1620 rappresenta questo gioco nel Giardino di Boboli.

    Dal frontespizio: “Il Saccomazzone, due bendati scansano a vicenda i loro colpi”.

  • 16/31
    La Trottola

    Di questo legno il volubil giro, della vita mortale il corso miro.

    Gioco tra i più antichi e diffusi al mondo, conosce alcune varianti, ma consiste nel vincere la forza di gravità imprimendo un moto rotatorio ad un pezzetto di legno terminante in una punta. Nella versione qui raffigurata il moto è impresso grazie ad uno spago che viene arrotolato intorno alla trottola.
    Gioco popolare anche nell'antica Roma, è tornato in auge in anni recenti grazie a una versione in metallo con cui instaurare combattimenti con giocatori armati dello stesso marchingegno.
    Già per Omero (Iliade XIV, 409-413) e Virgilio (Eneide VII 378-384) il gioco della trottola è metafora del girare della sorte, come qui suggerito dal motto e dall’illustrazione stessa, l’unica della serie che contenga in sé una sorta di contenuto moraleggiante: mentre i giocatori sulla destra si esercitano a far roteare la trottola entro un cerchio disegnato a terra, in secondo piano a sinistra un giovane dal volto arrossato beve avidamente da un fiasco, mentre un altro lo addita con fare censorio; al centro della scena, in piedi, indifferente al gioco, un altro personaggio scomposto nelle vesti e in equilibrio incerto sembra moltiplicare l’ammonimento insito nella scena.

    Dal frontespizio: “La Trottola, legno a cono tornito, e vibrato da una corda”.

  • 17/31
    Il Cappelletto

    Così con giuoco pueril si perde della primiera etade il più bel verde.

    Detto anche “Chereché”, è una variante di "Testa o croce": se due monete vengono lasciate cadere dentro un cappello, è detto appunto “Cappelletto”. Si tratta di una sorta di gioco d'azzardo per cui vince chi dei due giocatori vede volta in su la faccia della moneta da lui scelta e lasciata cadere nel cappello. Il nome del gioco varia di epoca in epoca e di luogo in luogo, in relazione anche al tipo di monete usato. Gli antichi Romani usavano monete che da una parte avevano la testa di una divinità e dall'altra la prua di una nave. In molti casi è parte di un altro gioco o è il meccanismo con cui si decide chi avrà la prima mossa, come per esempio nel gioco del calcio. È sinonimo nel comune parlare di “affidarsi alla sorte”.

    Dal frontespizio: “Il Cappelletto, in cui s’indovina la parte esterna di una moneta”.

  • 18/31
    Madonna Fuscellina, alzatevi sù

    Corre incauto il fanciul, quella sta in terra, par che nol curi, e con la man l'afferra.

    Dalla descrizione nel frontespizio si evince che in questa sorta di “Acchiappino” condotto da un personaggio seduto a terra mentre gli altri girano intorno, ci sia anche un intento canzonatorio nei confronti del giocatore che deve afferrare gli altri: “Madonna fuscellina, i circostanti burlano chi siede in terra”.
    Il contesto signorile dell’ambientazione si combina alla perfezione con il movimento elegante descritto dai personaggi in gioco e rappresentato con la grazia e l’agilità della grafica del francese Jacques Callot presente alla corte medicea a inizio Seicento, e a cui Lasinio e Piattoli si ispiravano.

  • 19/31
    Il Ceppo

    Mentre con gioia, e riso arriva il figlio al don che gli offre il padre, ode il consiglio.

    A Firenze, come altrove in Europa, fin dal Medioevo la vigilia di Natale si metteva a bruciare nel camino un ceppo di legno che, battuto con molle e paletta, sprigionava faville luminose da cui si traevano auspici per l’anno a venire. La mattina di Natale si raccoglieva quindi la cenere per spargerla sui campi come voto augurale di protezione delle colture.
    Anche Dante nel Paradiso (XVIII, 100-102) accenna a questa credenza:
    “Poi come nel percuoter de' ciocchi arsi
    surgono innumerevoli faville
    onde gli stolti sogliono augurarsi...”.

    Divenne tradizione quindi donare un ceppo ben augurale in olivo o quercia prima della vigilia: il “Ceppo” può quindi a ben diritto essere considerato in Toscana l'antesignano dello scambio di regali di Natale prima che la figura di Babbo Natale diventasse protagonista della festa.
    Le famiglie attendevano infatti la mezzanotte intorno al fuoco del camino; i ragazzi si allontanavano poco prima della mezzanotte e gli adulti sistemavano intorno al focolare piccoli doni, dolciumi o frutta secca. Durante l’attesa i bambini recitavano una filastrocca:
    “Ave Maria del Ceppo,
    Angiolo Benedetto,
    L'Angiolo mi rispose:
    Ceppo mio bello, portami tante cose!”.
    Quando gli adulti battevano un colpo sul ceppo i bimbi tornavano di corsa e scoprivano i regali.
    Col tempo il ceppo mutò forma e uscì dal camino, per diventare una sorta di piramide allungata che somiglia al moderno albero di Natale, provvista di appositi spazi in cui inserire doni, decorazioni, candeline, rametti... I ceppi porta doni venivano realizzati in casa o acquistati dai venditori che a Firenze si trovavano sotto la Loggia del Mercato Nuovo dove si potevano acquistare anche personaggi di gesso per la capannuccia (il presepe).
    Anche il Vocabolario della Crusca nella sua quarta edizione (1729-38) cita la tradizione del Ceppo natalizio: “Ceppo, è una Mancia, o Donativo, che si dà per lo più a' fanciulli nella solennità del Natale di Nostro Signore”.

    Dal frontespizio: “Il Ceppo, fantoccio con doni da fanciulli nelle feste di Natale”.

  • 20/31
    Il Ballo

    Desta l'amore, e nudre la speranza con viva gioia una festiva danza.

    Modalità fondamentale del gioco di movimento, può essere gioco a sé quando viene inserito l'elemento della competizione tra ballerini o coppie di ballerini.
    Qui suonatori, ballerini e una tavola imbandita in quella che sembra una signorile dimora di campagna, ci riportano ai divertimenti che signori e popolani si prendevano nei palazzi nobiliari come nelle campagne, in estate o per Carnevale; la coppia sulla destra sembra tratta da uno dei convivi della tradizione pittorica e letteraria cinque-seicentesca, e l’atto di offrire il vino è allusione al gioco d’amore; il ballo stesso attiva i meccanismi della seduzione come suggerito dal motto sottostante la rappresentazione.

    Dal frontespizio: “Il Ballo, esercizio ginnastico”.

  • 21/31
    Le Befane

    Se in sua stagion questa è Befana vera, quante seco ne avrà l'annata intera.

    “Le Befane, festa popolare in Firenze nella sera del dì 5 Gennajo”: come recita la definizione in frontespizio si rappresenta qui la tradizione di portare in corteo un fantoccio vestito da donna, issato su un alto carro, attorniato e celebrato da una folla di monelli con torce accese e strumenti musicali, attraverso i vari quartieri di Firenze (qui siamo in Santa Maria Nuova, di fronte alle logge dell’antico Spedale) fino alle Logge del Mercato Nuovo (il Mercato del Porcellino) dove gli si dava fuoco.
    Si aprivano così i festeggiamenti di Carnevale: ai cortei colorati e festosi che videro il massimo splendore proprio nel Settecento, prendevano parte i cosiddetti “befanotti”, ragazzi con volti tinti di nero e abiti sgargianti, che cantavano le “befanate”.

    Festa molto popolare fino a tutto l’Ottocento, divenne sempre più fanciullesca quando a fine Ottocento si interruppe la tradizione del falò del fantoccio e la tradizione si consumò sempre più all’interno delle mura domestiche. Prese il sopravvento l’aspetto fiabesco e lievemente pauroso della brutta vecchietta che di notte passa nelle case dei bambini a lasciare dolciumi e piccoli doni, ma anche carbone e cipolle per quelli che non si comportano bene. Divenne quindi popolare una filastrocca che si cantava (e si canta) per indurre i bambini ad andare a dormire:
    “Ninna nanna ninna oh
    questo bimbo a chi lo do?
    Lo darò alla Befana che lo tenga una settimana
    lo darò all'Omo Nero
    che lo tenga un mese intero”.

  • 22/31
    Le Chiavi

    Sei cieco amor e tu desio che il movi pur del piacer la chiave ognor ritrovi.

    Nella rappresentazione di questa sorta di “Mosca cieca”, il sottinteso è ancora una volta il gioco della seduzione, la cui molla è il piacere. Giocare bendati accresce il desiderio, il senso di attesa per l’imprevisto e il possibile fortuito incontro. I fanciulli qui infatti assistono al gioco che è giocato da giovani, mentre i piccoli sono alle prese con una culla e una piccola bambola.

    Dal frontespizio: “Le Chiavi, due bendati che si rincorrono al batter di due Chiavi”.

  • 23/31
    Il Berlingaccio

    È questo il dì, che gioia al cuor dispensa con urli, strida, balli, e lauta mensa.

    Il motto descrive perfettamente la tradizione del Giovedì Grasso a Firenze in cui mascherate, carri allegorici, carrozze di gala invadevano il centro cittadino coinvolgendo anche la corte granducale per convergere sui Lungarni (qui la scena si svolge in Piazza della Signoria) e bruciare infine il fantoccio del Carnevale, su una barca in mezzo all’Arno all’altezza di Ponte Santa Trinita.

    Il termine “Berlingaccio” sembra derivare dal francone “brëdling”, tavoletta o assicella, italianizzato poi in “berlingo”, da cui il verbo “berlingare” che starebbe per bere e parlare, ciarlare dopo aver mangiato e bevuto abbondantemente. Si tratta quindi della festa che prelude alla Quaresima, un trionfo di cibo, vino, scherzi e baldoria senza freni. Un dolce tipico, lievitato e molto semplice, ma fragrante e gustoso, concludeva ogni banchetto: la “Schiacciata alla fiorentina”, ancora oggi oggetto di una competizione tra pasticceri fiorentini, ognuno dei quali ne conserva gelosamente una ricetta segreta. I berlingozzi inoltre erano dolcetti tondi di pasta di zucchero, farina e uova.

    Dal frontespizio: “Il Berlingaccio, nel qual giorno i ragazzi più solleciti fischiano li altri”.

  • 24/31
    Le Rificolone

    Fischi, faci, rumor oh qual tumulto, così fassi al bel sesso ingiuria, e insulto.

    “Ona ona ona ma che bella rificolona... la mia l’è co' fiocchi, la tua l’è co' pidocchi!”: con questo e altri simili gentili motti si accompagnava la tradizionale sfilata che a Firenze si svolgeva il 7 settembre per la vigilia della festa della Natività della Vergine: colorate e decorate lanterne di carta appese in cima ad un bastone con una candelina accesa all'interno, venivano esibite dai bambini che cercavano al contempo di salvarle dal crudele attacco di altri bambini che armati di stucco e cerbottane tentavano di farle cadere e bruciare. Lo spirito tutto toscano e specificatamente fiorentino è quello della burla e dello scherzo spesso venato di cattiveria, come si deduce anche dal motto sotto l’immagine.

    “Rificolona” deriva da “Fierucolona”, la fiera che per la festa della Madonna, l’8 settembre, si celebra ancora oggi in Piazza Ss.ma Annunziata a Firenze (luogo in cui è ambientata la scena qui proposta); il termine indicava le donne di campagna che dal Casentino o dal Pistoiese scendevano in città in sgargianti abiti da festa per vendere mercanzie e derrate alimentari; contadine e contadini partivano a piedi la sera del 7, armati di lanterne di carta su alti bastoni, per farsi luce durante il cammino fuori e dentro la città (l’illuminazione pubblica a Firenze arrivò nel 1808 con i lampioni a olio). La mordace ironia cittadina si accanì sul vistoso abbigliamento delle contadine, irridendole e additandole come “rificolone”, che erano anche le loro lanterne a cui i monelli si divertivano a tirare sassi per vederle cadere e bruciare.

    Dal frontespizio: “Le Rificolone, festa rumorosa la sera de 7 Settembre in Firenze”.

  • 25/31
    I Birilli

    Felice età del tenero fanciullo che trova gioja in semplice trastullo.

    Interessante come l'illustrazione e il sottostante motto abbiano come oggetto più che l'illustrazione del gioco stesso, un’esaltazione dell’età dell'innocenza in cui semplici giochi come i birilli tengono occupata la mente e le energie dei fanciulli, mentre in età più avanzata i giochi sono sostituiti da trastulli amorosi e pene d’amore.
    Il gioco, relegato in un angolo della scena, è comunque rappresentato fedelmente con un numero congruo di birilli: si giocava con 9-11 birilli che venivano abbattuti con una boccia di 10-20 cm di diametro. Set di birilli sono stati ritrovati anche in sepolture egizie del 3200 a.C. Il gioco dei birilli raggiunse una popolarità tale che, a causa delle scommesse e dei tafferugli che ne sortivano, il gioco veniva spesso proibito; proprio a partire dal XVIII secolo i birilli divennero 10 per aggirare le proibizioni che riguardavano il gioco a 9 birilli. Il bowling prende le mosse dal gioco dei birilli.

    Dal frontespizio: “I Birilli, de quali chi più ne getta a terra con una palla, vince”.

  • 26/31
    Trucco a terra

    Tanto raro è il seguir retto il sentiero onde il cerchio passar, quanto ire al vero.

    Si tratta di un antico gioco che prevede l'uso di una mazza per colpire una palla in modo da farla passare entro un cerchio piantato a terra, come accade nel Croquet.

    Dal frontespizio: “Trucco a terra, in cui vince chi più appressa, o passa il cerchio”.

  • 27/31
    La Civetta

    L'un vibra i colpi, altri li scansa, e tutti colgono di piacer giocondi i frutti.

    Gioco molto semplice e con prevedibili risvolti maneschi, questa versione della “Civetta” prevede che un giocatore al centro dell'area di gioco indossi un berretto mentre gli altri due cercano di farglielo cadere a terra; il giocatore a capo coperto si difende spostando la testa e cercando di poggiare le mani al suolo, cosa che lo metterebbe in uno stato di inattaccabilità, adoperandosi nel frattempo per menar le mani all'indirizzo dei compagni di gioco. Chi manda a terra il berretto prende il posto del giocatore che lo indossava.
    Il sottinteso malizioso della rappresentazione è sempre abbastanza evidente, nel motto come nell'immagine, dove la scena di gioco è contornata da abbracci e sguardi d'intesa.
    Un gruppo scultoreo nel Giardino di Boboli rappresenta il gioco a due ed è replica tardo settecentesca di Giovan Battista Capezzuoli, da un originale seicentesco.

    Dal frontespizio: “La Civetta, ove quattro persone scansano a vicenda i loro colpi”.

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    L’Infilalago

    Ferma incauto garzon, rivolgi il ciglio, in questo gioco ad un mortal periglio.

    Il gioco che porta questo nome, noto fin dall'antica Roma, prevede che i giocatori, ma più frequentemente le giocatrici, si affrontino nell'ardua impresa di infilare quanti più aghi possibile con un normale filo da cucito in condizioni di equilibrio precario, ad esempio seduti su un mattarello e con un piede solo che poggia a terra. In questa incisione niente sembra rappresentare questo tipo di gioco, ma la situazione quieta di sinistra in cui una donzella tiene un cesto e dei bimbi le si fanno intorno, fa forse da contraltare ai turbolenti giochi che si svolgono nel resto della scena, a cui sembra fare riferimento la definizione relativa nel frontespizio: “Infilalago, fatto di uno sopra la schiena dall’altro successivamente”, che, osservando anche la scena, sembra descrivere il comune gioco della “Cavallina”.

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    La Lotta

    O qual di robustezza alto trofeo segnaro nella lotta Ercole e Anteo!

    Il riferimento ai personaggi mitologici è speso qui per la rappresentazione di un combattimento tra due lottatori non armati, basato solo sulla forza e sull’abilità di far spostare l’avversario fuori dal terreno di gioco, come recita la definizione relativa nel frontespizio: “La Lotta, dove vince chi muove l’avversario lottando”.

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    Bibliografia

    ANGIOLINO A., SIDOTI B., Dizionario dei giochi : da tavolo, di movimento, di carte, di parole, di ruolo, popolari, fanciulleschi, intelligenti, idioti e altri ancora, più qualche giocattolo, Bologna 2010.

    ARTUSI L., PATRUNO A., Deo gratias: storia, tradizioni, culti e personaggi delle antiche confraternite fiorentine, Roma 1994.

    ARTUSI L., VALENTINI A., Festività fiorentine: tradizioni e ricorrenze dell'anno; il futuro del passato, Firenze 2001.

    BARGELLINI P., Le strade di Firenze, Firenze 1977.

    Bricicche fiorentine: tradizioni e giochi, memorie e curiosità), a cura di F. Niccolai, Firenze, 1997.

    BORRONI SALVADORI F., “Carlo Lasinio e gli autoritratti di Galleria”, Mitteilungen des Kunsthistorischen Institutes in Florenz, XXVIII, 1984, 1, pp. 109–132.

    CASSINELLI P., Carlo Lasinio. Incisioni, Firenze 2004.

    D’AMELIO A. M., “Lo sposalizio di Marfisa”. Una raccolta di caricature di Giuseppe Piattoli”, Paragone, LXVI, terza serie, n. 120 (781), marzo 2015, pp. 50-60.

    D’ANCONA P., “Due libri di disegni popolareschi di Giuseppe Piattoli”, L’Arte, XII, 1909, n. 4, pp. 261-268.

    DÖRING A., “Gli esperimenti cromatici di Carlo Lasinio alla Galleria degli autoritratti degli Uffizi”, Imagines, n. 4, maggio 2020.

    FORLANI TEMPESTI A., “Le incisioni e i costumi”, in I contadini della Toscana, Milano 1970.

    LIPPI L. Malmantile racquistato. Poema di Perlone Zipoli con le note di Puccio Lamoni, Firenze 1688.

    SCRASE D., “A Sidelight on the Artistic Personality of Count Carlo Lasinio”, in Master Drawings, 1983.

    Vocabolario degli Accademici della Crusca, Firenze 1691.

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    Indice

    Giuseppe Piattoli, Carlo Lasinio

    Giuochi, Trattenimenti e Feste Annue che si costumano in Toscana e specialmente in Firenze

    Firenze 1790

    Indice dei contenuti
    1. 1. Intro 1
    2. 2. Intro 2
    3. 3. Intro 3
    4. 4. Intro 4
    5. 5. Intro 5
    6. 6. La Berlina
    7. 7. Il Beccalaglio
    8. 8. La Pentolaccia
    9. 9. L’Altalena
    10. 10. Il Pallone
    11. 11. Le Pallottole
    12. 12. Il Guancialin d'Oro
    13. 13. Bicci Calla Calla
    14. 14. Capo a nascondersi
    15. 15. Il Saccomazzone
    16. 16. La Trottola
    17. 17. Il Cappelletto
    18. 18. Madonna Fuscellina, alzatevi sù
    19. 19. Il Ceppo
    20. 20. Il Ballo
    21. 21. Le Befane
    22. 22. Le Chiavi
    23. 23. Il Berlingaccio
    24. 24. Le Rificolone
    25. 25. I Birilli
    26. 26. Trucco a terra
    27. 27. La Civetta
    28. 28. L’Infilalago
    29. 29. La Lotta
    30. 30. Bibliografia
    31. 31. Indice

C'era una volta...

Antichi giochi e tradizioni toscane nelle incisioni di Carlo Lasinio e Giuseppe Piattoli (1790)

Crediti

Coordinamento: Francesca Sborgi
Progetto: Chiara Ulivi
Testi: Laura Donati (introduzione); Chiara Ulivi (schede)
Revisione testi: Patrizia Naldini
Editing web: Andrea Biotti
Traduzioni: Way2Global srl.
Crediti fotografici: Roberto Palermo

Per il supporto alla ricerca si ringrazia Simona Mammana della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze.

 

Indice dei contenuti

 

Data di pubblicazione: 23 dicembre 2022

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