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Il corridoio di Ponente (o Terzo Corridoio)

Collezione
Architettura

La scultura

All’ingresso del terzo corridoio sono collocate, una di fronte all’altra, due statue di Marsia appeso ad un albero. Le sculture, che raffigurano il satiro nel momento di essere scuoiato vivo da Apollo, che lo aveva vinto in una gara di musica, sono lavori romani del II secolo d.C. derivati da modelli di età ellenistica. Si noti, nella statua di sinistra, il cosiddetto Marsia rosso, l’uso di un marmo venato di sfumature purpuree, così da suggerire il colore della carne viva del satiro privato della sua pelle. La scultura che lo fronteggia, il Marsia detto bianco dal tipo di marmo, replica invece un modello che, in origine, faceva parte di un gruppo completato da Apollo e da un barbaro colto nell’atto di affilare il coltello, la cui iconografia ci è testimoniata dal cosiddetto Arrotino conservato nella Tribuna degli Uffizi. Fra i ritratti, di eccezionale interesse è quello dell’imperatore Caracalla, databile agli inizi del III secolo d.C.  L’impostazione della testa, fortemente ruotata, non mancò di influenzare lo stesso Michelangelo che ne trasse ispirazione per il suo Bruto. Al termine del terzo corridoio, spicca la statua del Cinghiale, dalla critica ritenuto il prodotto di una bottega di periodo tardo ellenistico (I secolo a.C.), che offrì il modello al celebre Porcellino bronzeo, opera seicentesca dello scultore Pietro Tacca oggi visibile nelle collezioni del Museo Horne. Il marmo, fortemente danneggiato dall’incendio del 1762, che distrusse parte delle sculture originariamente sistemate in questo settore, è fiancheggiato dal gruppo del Laocoonte, un’attenta replica dello scultore cinquecentesco Baccio Bandinelli derivata dal celebre archetipo antico trovato a Roma nel 1506 e conservato nei Musei Vaticani.

Gli affreschi dei soffitti

Il terzo corridoio fu affrescato nell’ambito di un estensivo progetto di rinnovamento della Galleria voluto dal Granduca Ferdinando II de’ Medici, che nel 1655 ne affidò la decorazione a Jacopo Chiavistelli, a cui si devono le prime quindici campate del percorso attuale, e ad Agnolo Gori con la collaborazione di Cosimo Ulivelli e Andrea Chiavistelli, che affrescarono le successive diciassette fino alla fine del corridoio. Nel 1762 quest’ultima serie andò completamente distrutta in un incendio ma il Granduca Pietro Leopoldo Asburgo-Lorena ne affidò tempestivamente il recupero ai pittori neoclassici Giuliano Traballesi, Giuseppe del Moro, Agostino Fortini e Giuseppe Maria Terreni, che riprodussero abbastanza fedelmente i disegni delle decorazioni originali del Seicento, intervenendo ad asciugarne in qualche caso la ricchezza compositiva.

Rispetto al complesso e a volte complicato intrico semantico che caratterizza la figurazione del primo corridoio, le decorazioni del terzo si contraddistinguono per una funzione esplicitamente didattica, con le figure corredate da didascalie ripetute su ognuno dei due lati lunghi e alla base di ciascun ritratto. Se il primo corridoio all’epoca della sua decorazione era uno spazio privato, frequentato solo dal Granduca e i suoi collaboratori, settant’anni dopo, quando fu completato anche il terzo, la Galleria degli Uffizi era già aperta ad alcuni visitatori esterni alla corte, a cui si volevano illustrare soprattutto la storia e le glorie della Toscana, le sue città e le sue eccellenze in ogni ambito della cultura umanistica, artistica e scientifica.

Il linguaggio figurativo adottato non è tuttavia di rottura rispetto a quello del primo corridoio. Gli artisti barocchi recuperarono infatti anche qui la decorazione a grottesche adattandosi al linguaggio cinquecentesco delle pitture di Tempesta e Allori, a cui sono più vicine le composizioni di Agnolo Gori rispetto a quelle di Chiavistelli, che invece sono già più deliberatamente rispondenti al gusto barocco, con cornici architettoniche fittizie e strutture complesse.

I dipinti della serie Gioviana e Aulica

Proseguono nell’ultimo corridoio le serie dei sultani orientali, dei regnanti europei, degli uomini d’arme e dei letterati, per la maggior parte opera di Carlo Ventura Sacconi e bottega. Degni di nota i ritratti eseguiti da Pier Dandini nel primo decennio del XVIII secolo (gli scienziati Evangelista Torricelli, Vincenzo Viviani, Francesco Redi, Lorenzo Bellini e il letterato Vincenzo da Filicaja). Con l’avvento a Firenze della dinastia degli Asburgo Lorena sul lato opposto alle finestre trovò spazio anche un’ulteriore serie, quella dei ritratti lorenesi. La serie gioviana propriamente detta termina invece con i ritratti dei curatori e direttori della Galleria granducale fino all’inizio del XIX secolo.

La Serie Aulica prosegue nel terzo corridoio con i ritratti degli ultimi discendenti della famiglia Medici fra Sei e Settecento a cui si affiancano anche numerosi ritratti di regnanti stranieri dello stesso periodo, soprattutto del centro Europa, in particolare della casa imperiale d'Asburgo, dei duchi di Lorena e di Baviera. Non ultime, sono presenti anche raffigurazioni di sovrani di Russia e Cina. Chiude la rassegna, quasi come un tributo simbolico alla grandezza di Firenze, il ritratto ideale del Marchese Ugo di Toscana realizzato da Cristofano Allori nel 1590, che raffigura il "Gran Barone" che Dante pose in Paradiso, figura leggendaria vissuta a ridosso dell'anno 1000, che rese grande la Marca di Toscana e che per primo portò la capitale della Tuscia a Firenze.

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