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Grotta del Buontalenti

Autore
Giorgio Vasari (Arezzo 1511 – 1574 Firenze), Bernardo Buontalenti (Firenze 1531 – 1608), Baccio Bandinelli (Firenze 1493 – 1560), Vincenzo de’ Rossi (Fiesole 1525 – Firenze 1587), Giambologna (Douai 1529 – Firenze 1608)
Restauri
2012 e 2016

La Grotta del Buontalenti o Grotta Grande è situata nell’estremità nord del Giardino di Boboli adiacente al punto di immissione del Corridoio Vasariano. La genesi della grotta è connessa alla costruzione dell’acquedotto proveniente dalla sorgente della Ginevra già in costruzione nel 1551 e che era destinato a portare l’acqua a Palazzo Vecchio dopo aver alimentato il Giardino di Boboli. A supporto del condotto che usciva da Boboli fu creato un vivaio che garantisse la fornitura di acqua anche in momenti di scarsa adduzione. I primi lavori risalgono al febbraio 1557 sotto la direzione di Davide Fortini, genero dell’architetto e scultore Niccolò Tribolo responsabile del primo progetto del Giardino di Boboli. Nello stesso 1557 la direzione dei lavori passò a Giorgio Vasari che realizzò una facciata con colonne e lesene tuscaniche sostenenti un pronao architravato. In facciata furono realizzate due nicchie dove nel 1560 vennero collocate le sculture di Apollo e Cerere di Baccio Bandinelli. In seguito il vivaio venne a perdere la sua funzione originaria ed il Granduca Francesco I decise di trasformarlo in grotta. Tra il 1583 ed il 1587, Bernardo Buontalenti dirige la trasformazione del vivaio in Grotta Grande intervenendo sull’impostazione architettonica del Vasari, progettando e realizzando tutta la parte decorativa . Nel 1583 erano compiute le murature delle tre camere di cui è composta la grotta. Tra il 1583 ed il 1584, lo scultore Piero di Tommaso Mati era impegnato nella realizzazione delle figure della prima camera, conclusa l’anno successivo con la collocazione negli angoli dei quattro Prigioni di Michelangelo. Fra il 1586 ed il 1587 Bernardino Poccetti realizzava la decorazione pittorica delle tre stanze della grotta. Nel 1587 nella seconda camera fu collocato il gruppo scultoreo di Vincenzo de’ Rossi. Fra il 1592 ed il 1593, venne collocata nella terza camera la tazza di verde africano sostenuta da un fusto di marmo con quattro figure di satiro. Sulla tazza fu collocata nel 1572 circa la Venere del Giambologna. Alla morte di Francesco I, i lavori proseguirono sotto il fratello Ferdinando, che fece realizzare la facciata. Le tre camere interne non sono in asse tra loro, ma disassate in modo che dall’esterno si possa vedere la grotta fino in fondo e godere della completezza della scultura della Venere.

La prima camera accoglie una messinscena pastorale realizzata da Piero Mati dove si fondono stalattiti, stalagmiti, rocce spugnose, mosaico in scaglie di marmo e porfido rosso. Alla base delle due pareti laterali si trovano due vasche che riflettevano le sculture soprastanti. La volta dipinta da Poccetti raffigura la rovina di una cupola popolata di animali europei, ma anche specie esotiche africane e centroamericane. La decorazione della seconda camera riflette invece un’impostazione più classicheggiante dove i materiali spugnosi disegnano nicchie timpanate e, sul soffitto, specchiature geometriche con conchiglie e colature di pietra. La terza camera è decorata con un graticolato (treillage) su cui si arrampicano viti, rose e convolvoli mentre uccelli di vario tipo popolano la volta e, ai lati, vi sono nicchie decorate a conchiglie e madreperla.

La facciata presenta nella parte inferiore un’apertura con due colonne che sostengono una trabeazione . Al di sopra un arco decorato da stalattiti è sormontato dallo stemma mediceo. Ai lati le figure a mosaico della Pace e della Giustizia. Ai lati in basso due nicchie con le sculture di Apollo e Cerere e superiormente riquadri con decorazioni a mosaico. La sommità della facciata è chiusa da un timpano decorato da stalattiti e materiale spugnoso.

L’ambiente, per sua natura estremamente delicato, subì vari interventi di restauro tra Settecento e Ottocento; nel 1908 i quattro Prigioni furono trasferiti alla Galleria dell’Accademia e sostituiti con copie in cemento.

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