Sarcofago con scene di vita humana et militaris

Arte romana
Data
180 d.C. ca
Collezione
Collocazione
Sala della Niobe
Tecnica
Marmo bianco
Dimensioni
H 94 L 243 P 110
Bibliografia

G. Capecchi - O. Paoletti, Da Roma a Firenze: le vasche romane di Boboli e cinquanta anni di vicende toscane, Firenze 2002; A. Filippi, Scultura antica: catalogo dei sarcofagi romani nella città di Firenze e un’ipotesi ricostruttiva del complesso del Battistero, Firenze 2013; G. Mansuelli, Galleria degli Uffizi, Le sculture (I), Roma 1958.

Inventario
1914 n. 82

Il sarcofago è del tipo a cassa con pianta rettangolare di grandi dimensioni e prima dei moderni interventi di restauro è stato reimpiegato come fontana. Su fronte e lati corti reca una decorazione figurata a rilievo, delimitata superiormente e inferiormente da un listello semplice.

La decorazione è composta da molteplici scene interpretabili come momenti successivi della vita del defunto, allusioni probabilmente alle virtù e alle qualità del personaggio, appartenente ad un rango sociale elevato. La decorazione frontale è aperta da tre cavalieri alla carica, coerente con l’ipotesi che originariamente raffigurasse una scena di battaglia. Tale supposizione è avvalorata dalla presenza di una scena di vestizione e preparazione alla battaglia scolpita sul lato corto sinistro della cassa. Ai tre cavalieri sulla fronte seguono una scena di supplicatio e clementia, e una scena di sacrificio di fronte ad un tempietto. A conclusione del rilievo frontale è raffigurato un matrimonio, con una coppia di coniugi che si stringono la mano destra (dextrarum iunctio) alla presenza di Iuno Pronuba (o Concordia), Suada, dea greca della persuasione, un testimone alle spalle dello sposo e un genietto con in mano una fiaccola, forse Imeneo.

La scena potrebbe alludere al matrimonio del defunto, oppure a quello di suo figlio, come fanno supporre le teste-ritratto delle due figure maschili, aventi tratti somatici molto simili. Le nozze potrebbero quindi rappresentare un momento di concordia reso possibile dalle gesta del padre, alle spalle dello sposo. Sul lato corto destro è scolpito il bagno di un bambino alla presenza della madre e dell’anziana nutrice, sotto i lieti auspici delle Parche, presenti sullo sfondo. La prima ha un volumen in mano, mentre la seconda indica un punto su un globo posto sopra un pilastro. La combinazione del momento del bagno del neonato e con la presenza delle Parche potrebbe essere un riferimento all’antico rito del dies lustricus (la cerimonia di purificazione con l’acqua), celebrato alcuni giorni dopo la nascita: le Parche  leggono il destino del neonato sul volumen ed interpretano gli astri del globo. Segue sulla destra la scena della lectio, ovvero l’insegnamento a un giovinetto, il quale riappare in secondo piano, in qualità di mousikòs, con una maschera teatrale in mano. Anche in questo caso rimane il dubbio se la scena si riferisca a momenti di vita del figlio del defunto oppure all’infanzia del personaggio stesso a cui appartiene il sarcofago. In entrambi i casi, il valore celebrativo delle raffigurazioni resta immutato.

I panneggi, sebbene spesso ottenuti con incisioni eseguite con trapano corrente, sono semplificati ma non corsivi. Le figure appaiono composte, anatomicamente coerenti e organiche, ad eccezione del gruppo di cavalieri alla carica, resi di prospetto e in dimensioni minori rispetto agli altri personaggi. Le chiome sono fortemente chiaroscurate tramite largo utilizzo del trapano. Le caratteristiche del sarcofago indicano che si tratta di un’opera di produzione di una bottega urbana che serviva una committenza di rango assai elevato. Forse già nel XV secolo il sarcofago fu oggetto di un primo intervento di integrazione, venne poi restaurato da Carradori nel 1784. L’ intervento del 2006 ha messo in evidenza come, nella porzione inferiore sinistra della fronte, l’integrazione quattrocentesca non sia coerente con la raffigurazione originale, verosimilmente una scena di battaglia e non una di caccia. Il sarcofago è giunto in Galleria da Villa Medici nell’ottobre del 1784.

Testo
Fabrizio Paolucci; Alejandra Micheli