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Pia de’ Tolomei e Nello della Pietra

Autore
Pio Fedi (Viterbo 1816 - Firenze 1892)
Data
1861
Collocazione
Sala Verde
Tecnica
marmo
Dimensioni
cm. 84
Inventario
Oggetti d’arte Pitti n.725

Il Granduca Leopoldo II, visitando lo studio di Pio Fedi, ebbe occasione di ammirare per la prima volta nel 1846 il modello di questo gruppo e soddisfatto della composizione gli affidò l’esecuzione in marmo e chiese allo scultore di incidere sulla base i due noti versi di Dante “Ricorditi di me che son la Pia", "Siena mi fè, disfecemi Maremma”. La scelta di ispirarsi a temi danteschi rientrava nell’àmbito di un rinnovato culto della figura del poeta, alimentato dalla scoperta, nel 1839, del ritratto dell’Alighieri, che, secondo il Vasari, era stato dipinto da Giotto nella cappella del Podestà. Questo revival dantesco nelle arti figurative, è attestato da vari soggetti tratti dalla biografia del poeta o dallaDivina Commedia.

La sfortunata vicenda della Pia de’ Tolomei, dal consorte Nello ingiustamente sospettata di adulterio e rinchiusa nel suo castello in Maremma a morire di malaria, vicenda che nel Purgatorio è sintetizzata in pochi versi, aveva conosciuto un’ampia divulgazione a partire dal 1822, quando fu pubblicata, per la prima volta a Firenze, la Pia del patriota pistoiese Bartolomeo Sestini, poemetto in ottave, di tre canti, dove lo spunto dantesco è integrato con contaminazioni dall’Otello di Shakespeare. Sestini accoglie la versione della gelosia e del presunto tradimento del marito, Nello Pannocchieschi e della calunnia di Ghino, amico fraterno di Nello, il quale, essendo stato respinto da Pia, si vendica del suo rifiuto, raccontando al marito gli incontri segreti con un presunto spasimante.

Come già rilevavano i contemporanei, più che i versi della Divina Commedia, furono questa rielaborazione romantica dell’episodio dantesco e soprattutto l’omonima opera di Donizetti rappresentata al Teatro della Pergola nel 1842, a suggerire al Fedi l’argomento e la giusta messa in scena del suo gruppo, che è appunto una fedele trasposizione figurativa del passo del Sestini. Lo scultore mette in scena l’episodio secondo il gusto del contemporaneo melodramma: il sospettoso marito, in preda alla gelosia, accoglie con freddezza le manifestazioni d’affetto della moglie, già meditando in cuor suo propositi di vendetta: «Ma poi che il castellan la mensa tolse / e restan soli nella chiusa stanza, / le bianche braccia al collo ella gli avvolse, / siccome avea di far sovente usanza; / poi con ingenua e tenera sembianza / la strinse, e ne sperò bel cambio invano / qual di persona morta era la mano».

Il gruppo scolpito dal Fedi riscosse un grande successo, tanto che lo scultore eseguì un numero considerevole di repliche, spesso in formato ridotto. Una di queste versioni andata perduta, era stata collocata nel giardino della villa del Poggio Imperiale, mentre presso l’Ashmolean Museum di Oxford, si conserva una splendida replica marmorea firmata e datata 1872. Molte di queste copie furono acquistate da turisti inglesi che visitavano lo studio dell’artista, al tempo già noto, sia in Europa, che negli Stati Uniti, come autore del Ratto di Polissena. Lo stile e la raffinata resa delle vesti, nonché il tema, era perfettamente in linea con il gusto inglese della contemporanea pittura preraffaellita.

Quella appartenente alle raccolte degli Uffizi ed attualmente conservata nella Sala Verde degli Appartamenti Reali di Palazzo Pitti è una delle versioni più antiche e fu presentata all’Esposizione Italiana di Firenze del 1861, dove ebbe l’onore di essere acquistata dal re d’Italia per la sua personale galleria.