Musa di Atticiano di Afrodisia

Atticiano di Afrodisia (Arte romana)
Data
Ultimo trentennio del IV secolo d.C.
Collezione
Collocazione
Secondo Corridoio (A23)
Tecnica
Marmo cario a grana media
Dimensioni
187 cm (altezza)
Bibliografia

A. Romualdi (a cura di), Studi e restauri. I marmi antichi della Galleria degli Uffizi, I, Firenze, Polistampa, 2006 (con contributi di M. Aurenhammer, La Musa di Atticiano di Afrodisia: considerazioni sulla plastica ideale, pp. 47-57; H. Taeuber, La firma di Atticiano di Afrodisia, pp. 59-62; A. Romualdi, Considerazioni sulla testa della Musa di Atticiano, pp. 63-67; C. Mancini, Il restauro, pp. 69-75) e bibliografia precedente.

Iscrizioni

Opus Atticiani{s} Afrodisien<s>is

Inventario
1914 n. 269

La scultura, appartenuta in origine alla collezione romana Del Bufalo, fu acquistata nel 1587 da Ferdinando de’ Medici per poi giungere in Galleria solo a partire dagli inizi del Settecento. L’opera, scolpita in marmo greco, può essere datata agli anni a cavallo fra la dinastia valentiniana e quella teodosiana (ca. 370-400 d.C.) e raffigura una donna vestita di tunica e mantello con il braccio destro levato e il sinistro appoggiato a una cetra a sua volta sostenuta da un piccolo pilastro. Grazie all’iscrizione latina incisa sulla base, conosciamo il nome dell’autore, un altrimenti non meglio noto Atticiano di Afrodisia. L’artista era originario di una città della Caria, regione dell’Asia Minore, che, sin dal I secolo d.C., era famosa per le sue botteghe di marmorari che sfruttavano le vicine cave di marmo bianco. Gli artisti afrodiesi impiantarono anche delle botteghe a Roma, venendo spesso impiegati in varie parti dell’Impero in cantieri di committenza imperiale, come nel Foro severiano di Leptis Magna in Libia. L’opera, riconducibile a quel filone iconografico di ispirazione “pagana” ancora vitale in anni in cui il Cristianesimo si avviava a diventare religione di Stato, si ispira a un prototipo di età ellenistica (ca. 300-200 a.C.). E’ probabile che in epoca così avanzata queste effigi di divinità ed eroi avessero perso qualsiasi connotazione religiosa per divenire generiche allegorie di virtù e qualità umane. Nel caso in questione, ad essere rappresentata è una Musa, che, in virtù della cetra in buona parte antica, può essere identificata più precisamente con Erato, figlia di Zeus e Mnemosyne e protettrice del canto e della poesia erotica. Quasi tutto il braccio sinistro della statua, la mano destra, la testa, la parte inferiore del pilastrino e il telaio arcuato dello strumento musicale che affianca la figura femminile sono frutto di integrazioni.

Testo
Fabrizio Paolucci