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Il riposo dei cavatori di Monte Ceceri

Autore
Baccio Maria Bacci (Firenze 1888 – Fiesole, Firenze 1974)
Data
1925
Tecnica
Olio su tela
Dimensioni
101x106,5 cm
Inventario
inv. Gen. 430; Acc. 598

Alla pari di Pomeriggio a Fiesole [https://www.uffizi.it/opere/autoritratto-bacci ] questo dipinto testimonia molto bene la convinta e definitiva svolta maturata dopo la prima guerra mondiale da Baccio Maria Bacci nel solco del ‘ritorno all’ordine’ e del recupero della tradizione, fortemente indicato in questi anni come unica via per un profondo rinnovamento dell’arte italiana.

La svolta è tanto più evidente in questo soggetto, caro a Bacci e già sperimentato in un dipinto del 1915, dal titolo simile ma di stile schiettamente futurista (Riposo dei cavatori). Dal suo studio fiesolano, sulle colline fiorentine, come racconta nel suo Diario (1919), Bacci amava passeggiare fino alla cava di Monte Ceceri, dove fin dall’antichità si estraeva pietra serena: un luogo che il pittore definisce una “isola incantata” dove trovare, nella solitudine, pace e ispirazione. Qui gli è possibile intrattenersi a osservare e a conversare con cavatori e scalpellini, gente semplice e modesta ma autentica e fiera nella consapevolezza di un sapere artigianale, tramandato di padre in figlio.

La pratica di un mestiere manuale e il sincero e diretto tributo alla tradizione culturale italiana costituiscono presupposto e motivazione di un'opera come questa. Le figure dei lavoratori campeggiano monumentali nello spazio del quadro come in un affresco del primo Rinascimento, bloccate in un'atmosfera di quieta e profonda armonia con lo scabro paesaggio circostante. La pittura è asciutta, distesa su lunghi piani cromatici e tutta impostata su tonalità secche e brune, mostrando un evidente tributo al linguaggio di Masaccio; la forte tenuta plastica e il particolare taglio trasversale, enfatizzato dalla figura distesa di spalle in primo piano, rimandano invece a Caravaggio, fortemente rivalutato in questi anni grazie alla Mostra del Seicento organizzata a Palazzo Pitti da Ugo Ojetti nel 1922.

L’opera fu esposta alla XV Biennale di Venezia del 1926, dove fu selezionata per l’acquisto dai commissari della Galleria d’Arte Moderna Ojetti, Maraini e Pelagatti, insieme ad un'altra opera che mostra i medesimi riferimentti all'arte del passato e importanti analogie formali: Apostoli di Felice Carena.