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Il corridoio di Levante

Collezione
Architettura

La scultura

Il corridoio di Levante accolse, a partire dal 1589, alcune delle più belle sculture classiche possedute dalla famiglia Medici e conservate, sino a quel momento, a Palazzo Pitti o in altre residenze dinastiche. La raccolta, ampliata nel corso del XVII secolo, giunse ad occupare anche il secondo e terzo corridoio, arrivando a contare quasi cento statue e oltre centoquaranta busti.

Per secoli questa collezione di arte antica ha costituito la principale ragione di interesse per i visitatori italiani e stranieri che visitavano gli Uffizi, museo noto in tutta Europa come “Galleria delle Statue” per eccellenza. I criteri espositivi visibili ancor oggi non differiscono sostanzialmente da quelli del XVI e XVII secolo e consistono nel costante alternarsi di una figura intera a due busti. Le statue, acquistate quasi tutte sul mercato antiquario di Roma dai Medici fra il Cinquecento e gli inizi del Settecento, sono in massima parte rielaborazioni di età imperiale da prototipi greci di età classica ed ellenistica.  Non bisogna però dimenticare che le sculture così come ci appaiono oggi sono sempre frutto di integrazioni, talora anche rilevanti, realizzate da scultori rinascimentali e barocchi specializzati nel restauro dei marmi antichi. Sin dalla fine del Cinquecento artisti come Giovanni Caccini o Valerio Cioli dettero infatti compiutezza e piena leggibilità ad opere uscite dalla terra in uno stato spesso frammentario e lacunoso che, secondo il gusto dell’epoca, le rendeva inadatte all’esposizione.

Le statue a figura intera, fra le quali figurano repliche puntuali di archetipi classici come il Doriforo o il grandioso Ares in marmo nero, si affiancano ad un’eccezionale serie di ritratti romani che offre una esauriente panoramica sull’evoluzione dell’arte romana dal I secolo a.C. alla tarda antichità.

Gli affreschi dei soffitti

I soffitti del primo corridoio degli Uffizi sono affrescati “a grottesca”, un genere contraddistinto dalla rappresentazione di figure immaginarie e mostruose, metamorfiche, spesso in equilibrio su fili sottili, che conobbe una particolare fortuna tra Quattro e Cinquecento in seguito al fortuito ritrovamento della Domus Aurea di Nerone a Roma. Quando le antiche grottesche che decoravano la sontuosa residenza dell’imperatore tornarono alla luce, colpirono l’immaginario degli artisti rinascimentali al punto che molti pittori, fra cui in particolare Raffaello e la sua bottega, iniziarono a replicarle riscuotendo grande successo e contribuendo così alla loro ritrovata fortuna in età moderna.

La disposizione delle grottesche lungo il corridoio degli Uffizi risponde a un preciso e complesso schema iconografico e ideologico voluto, non ultimo per motivi propagandistici, dai Granduchi di Toscana.

Le prime e più antiche grottesche furono commissionate da Francesco I de’ Medici nel 1581 e da lui affidate alla bottega di Antonio Tempesta, per la realizzazione delle prime 14 campate, e a quella di Alessandro Allori, per le successive 32 fino alla fine del corridoio.

Ogni campata è dedicata a un tema o soggetto o allegoria, di cui la chiave per decifrarne il significato complessivo è sempre rappresentata dalla figura al centro posta in dialogo con le altre figurette intorno a creare un intrico semantico di simboli e richiami stratificato e complesso. L’insieme delle campate, che doveva presentarsi come un vero e proprio discorso figurativo rivolto al visitatore, crea una narrazione per immagini che si sviluppa attorno a quattro macro temi svolti in maniera ordinata e consequenziale: la celebrazione della famiglia Medici nelle prime 8 campate; la raffigurazione di soggetti cosmologici e naturali nelle successive campate fino alla quindicesima; il tema amoroso - peraltro piuttosto raro per la committenza medicea - legato all’esaltazione del matrimonio tra Francesco I e la seconda moglie Bianca Cappello; e infine, dalla venticinquesima campata fino alla fine, la celebrazione delle Virtù raffigurate come qualità che temperano sempre due eccessi, argomento particolarmente ricorrente nei programmi iconografici delle dimore principesche dell’epoca.

I dipinti della serie Gioviana e Aulica

I ritratti della collezione gioviana furono disposti nel Corridoio di Levante a partire dal 1587, con la diretta supervisione del pittore Cristofano dell’Altissimo. Questi, dopo aver trascorso circa 10 anni (1552-1562) a Como per copiare la collezione di Uomini Illustri del vescovo Paolo Giovio, continuò a produrre ritratti fino all’ultimo decennio del secolo su richiesta dei Granduchi. Si tratta quindi del nucleo originale cinquecentesco della collezione. I ritratti furono disposti in ordine cronologico rispetto al periodo degli effigiati e divisi secondo le loro professioni (regnanti, papi, letterati, uomini d’arme). Di particolare rilievo la serie dei sultani e regnanti orientali, tra i primi soggetti copiati a Como per la loro fama e rarità.

I ritratti della Serie Aulica del Corridoio di Levante sono interamente dedicati alla celebrazione dell'albero genealogico dei Medici, che qui riunisce senza soluzione di continuità i due rami della famiglia, da una parte quello principale, che inizia con Giovanni di Bicci, primo notabile del casato alla metà del Trecento e padre di Cosimo il Vecchio (e che qui si interrompe con Piero il Fatuo, figlio di Lorenzo il Magnifico, includendo personaggi di spicco come Caterina de' Medici e i Papi Leone X e Clemente VII); e dall'altra, il ramo cadetto che qui risale a Giovanni dalle Bande Nere e Maria Salviati, i genitori di Cosimo I, e include i ritratti dei Granduchi e delle Granduchesse di Toscana e di altri esponenti importanti fino a Cosimo II e Maria Maddalena d'Austria vissuti nella prima metà del Seicento.

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