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Ara in onore del verna L. Giulio Caro

Autore
Arte romana
Data
II secolo d.C.
Collezione
Collocazione
Antiquarium di Villa Corsini a Castello
Tecnica
marmo italico
Dimensioni
h cm 65; larghezza cm 25; spessore cm 20; altezza lettere cm 2-2,5
Inventario
1914, n. 938

L’ara è dominata dal ritratto del giovanissimo defunto, Lucio Giulio Caro, uno schiavo morto a soli tre anni, otto mesi e dieci giorni, il cui ritratto, inserito in una nicchia ricavata nella parte superiore del monumento, occupa circa 1/3 della faccia principale. Il fanciullo, ritratto ad un’età maggiore di quella che aveva al momento della morte – com’è usuale nel caso dei bambini – è rappresentato disteso, poggiato sul braccio sinistro, mentre volge lo sguardo verso lo spettatore e tiene nella mano destra un grappolo d’uva, simbolo dionisiaco, ad alludere alla speciale protezione ultraterrena di cui godevano i fanciulli.

L’iscrizione chiarisce che Caro era un verna, cioè uno schiavo nato in casa, di Lucio Giulio Tamiro, lo stesso che si incarica di porre la dedica e che a sua volta doveva essere un liberto, dato il cognomen d’origine greca e la mancata espressione del patronimico, tipica attestazione dell’uomo di nascita libera (CIL VI 20304). L’attenzione posta da Tamiro nei confronti del giovanissimo schiavo, in una dedica in cui coinvolge anche la madre del defunto, Giulia Trofime, fa supporre che Caro fosse suo figlio, nato quando la madre era ancora una schiava. E proprio la presentazione della donna costituisce uno degli aspetti più interessanti della dedica: ella è ricordata in ultima posizione certo, ma definita semplicemente come Iulia Trophime / mater, senza alcun riferimento al suo status di subordinazione al patrono. La caratterizzano infatti soltanto il gentilizio e il cognomen, dati che in questa circostanza permettono di identificarla come liberta, e il termine mater, che implicava da parte sua la realizzazione di uno degli aspetti propri del modello matronale, orizzonte lontano dalla sua condizione di ex schiava, ma che il patrono sceglie di utilizzare qui nel rappresentarla in omaggio all’affetto che li legava al piccolo Giulio Caro, figlio comune o amatissimo schiavo.

L’ara è attestata per la prima volta a Roma, nella vigna che il cardinal Giovanni de’ Medici aveva in uso dal 1560 fuori da porta Flaminia, proprietà che alla sua morte, nel 1562, passò al fratello, il cardinal Ferdinando, fino ad arrivare nel 1788 a Firenze.