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Sarcofago con Fatiche di Ercole

Autore
Arte romana
Collezione
Collocazione
Sala 34
Tecnica
Marmo docimeno
Dimensioni
68 cm. (altezza); 220 cm. (lunghezza)
Inventario
Inv. 1914, n. 110
Restauri
Restauro del 2013 (fondi ministeriali)

La parola “sarcofago” deriva dal greco e significa, letteralmente, “divoratore di carne”. Si tratta di un’urna a forma di parallelepipedo, stretto e lungo, spesso decorata con immagini legate a miti, leggende o storie eroiche alle quali il defunto era particolarmente legato. Scolpito nella pietra o talvolta nel marmo, questo grandioso tipo di sepolcro si diffuse in Italia a partire dagli inizi del II secolo d.C., quando gradualmente l’inumazione (ossia il seppellimento del corpo intero, nella terra e talvolta in una cassa) prese il posto della cremazione. Nel nostro sarcofago, la scelta del defunto ricadde su un mito assai noto: le Fatiche di Ercole. Il racconto prende avvio sul lato sinistro, dove l’eroe è raffigurato come un giovinetto imberbe e prosegue sulla destra, dove appare adulto e barbuto. Sulla fronte Euristeo, re di Micene, affida le prime sei fatiche affidate ad Ercole. Procedendo da sinistra, un Ercole giovane lotta contro il leone di Nemea, l'idra di Lerna, il cinghiale di Erimanto e la cerva di Cerinea; poco dopo la metà della lastra, l'eroe è raffigurato in età matura mentre uccide gli uccelli del lago Stinfalo e pulisce le stalle del re Augia. Il sarcofago è privo del coperchio, dove apparivano gli episodi mancanti. Gli studiosi ritengono che queste raffigurazioni fossero un auspicio per il defunto, al quale si augurava di accedere ad una vita eterna dopo le fatiche incontrate in quella terrena, così come Ercole, dopo le sue imprese, era stato accolto fra gli dei dell’Olimpo. Alcuni studiosi ritengono che il sarcofago provenisse da Roma perché qui fu visto e documentato già a partire dalla metà del Settecento. Un disegno lo ritrae a Palazzo Niccolini, le cui collezioni, compreso questo pezzo, giunsero agli Uffizi nel 1824. Dal punto di vista stilistico, alcune caratteristiche quali l’uso poco evidente del trapano e la mancanza generale di profondità, lo riferiscono cronologicamente alla prima età Antonina.

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