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Desco da parto.Nascita di San Giovanni Battista (recto), arme d'unione di Girolamo della Casa e Lisabetta Tornaquinci (verso)

Autore
Jacopo Carucci detto Pontormo (Pontorme, Empoli, 1494 – Firenze, 1552)
Data
1526-1527
Collezione
Collocazione
Sala 61
Tecnica
olio su tavola
Inventario
1890 n.1532

Il desco da parto era un oggetto cerimoniale tipicamente in uso nella Toscana del XV secolo. Si trattava di un grande vassoio ligneo di forma circolare utilizzato per recare i pasti alle puerpere. Le famiglie dei ceti più abbienti erano solite commissionarli alle botteghe più rinomate del tempo e le decorazioni con le quali erano impreziositi venivano anche eseguite da artisti celebri, che dipingevano su entrambi i lati del desco stemmi familiari, episodi religiosi, figure allegoriche o soggetti tratti dalla letteratura classica, legati al tema della nascita o beneaguranti per il neonato.

Questo desco da parto fu realizzato dal Pontormo per la nascita di Alderighi della Casa, primogenito di Girolamo della Casa e Lisabetta Tornaquinci, avvenuta a Firenze il 15 gennaio 1527.

Oggetti rituali come questo erano già desueti al tempo, ma Pontormo, che nella bottega di Andrea del Sarto aveva lavorato coi i maestri legnaioli alle decorazioni per i carri carnevaleschi del 1513, poteva ben poteva cimentarsi nella realizzazione di un simile manufatto, ed anzi, nel tornirlo in un’ unica asse di pioppo, dimostrò tutta la sua abilità tecnica.

Sul verso del piatto compare lo scudo con gli stemmi dei coniugi affiancato da due grottesche antropomorfe, i cui volti adunchi e stralunati spiccano per efficacia espressiva. Ammirevole è anche la cornice dipinta, che imita con assoluta perfezione il porfido. Sul recto è invece raffigurata la Natività di Giovanni Battista. Al centro della scena una fantesca tiene in braccio San Giovannino appena nato. La posizione in diagonale guida lo sguardo dello spettatore verso Santa Elisabetta seduta sul letto da puerpera che osserva il marito Zaccaria scrivere il nome che vorrà imporre al figlio. Altre fantesche si affaccendano intorno.

Pur nelle dimensioni contenute del desco, Pontormo non rinuncia ai tratti caratteristici della sua pittura su grande scala: la gravità della composizione rimanda ai dipinti per la Certosa del Galluzzo, la scelta di articolare i personaggi in circolo nello spazio indefinito della camera richiama la Cena in Emmaus. Le fisionomie dei personaggi, le forme allungate dei corpi, le fogge degli abiti, mostrano evidenti legami con la cultura figurativa nordica alla quale in quegli anni Pontormo guardava con particolare attenzione.