Autoritratto

Adriana Pincherle (Roma 1905 - Firenze 1996)
Data
1931-32 c.
Collezione
Tecnica
Olio su tela
Dimensioni
165 × 69 cm
Bibliografia

Adriana Pincherle, catalogo della mostra (Firenze, Galleria Pananti, 1987), a cura di R. Guerricchio, Firenze 1987;

Gardens and Ghettos. The Art of Jewish Life in Italy, catalogo della mostra (New York, Jewish Museum, 17 1989 - 1990), a cura di V. B. Mann, Berkeley-Los Angeles-Oxford 1989, pp. 327, 338;

G. Badino, scheda n. 45, in I mai visti. Capolavori dai depositi degli Uffizi, X. Autoritratte. “Artiste di capriccioso e destrissimo ingegno”, Firenze 2010, p. 94;

Pincherle and Pacini. Twentieth-century women painters in Florence / Pincherle e Pacini. Pittrici del Novecento a Firenze, catalogo della mostra (Firenze, Palazzo del Pegaso, Villa Il Palmerino 2016), a cura di L. Falcone, L. Mannini, C. Toti, Prato 2016.

Iscrizioni

Sul retro, sulla tela: Adriana / Pincherle / 1934 / Alla Galleria degli Uffizi / contenta di entrarvi

Inventario
1890 n. 9642

In questo che è forse l’unico suo autoritratto a figura intera, Adriana Pincherle, sorella dello scrittore Alberto, noto sotto lo pseudonimo di Moravia, si coglie e ci accoglie nel suo studio, in un attimo di pausa dal lavoro. Tiene ancora la tavolozza in mano, e dà le spalle al grande cavalletto. Quest’ultimo è l’unico elemento scorciato in uno spazio privo di profondità; a cominciare dal pavimento, che, ribaltato, come visto dall’alto, fa da sfondo più che da piano di calpestio. La figura però vi poggia saldamente, vista un po’ dall’alto anch’essa (si guardi la gamba destra e il piede sinistro); ma già la mano teoricamente sul fianco scivola in avanti, come un ritaglio di carta. La bidimensionalità è inoltre ottenuta grazie a una serrata compenetrazione fra interno ed esterno della figura: non a caso, infatti, le fughe ortogonali del pavimento si ripetono, sgualcite, nel motivo della camicetta; e la tavolozza lascia traccia sul grembiule sporco delle prove di colore.

La semplicità della composizione, per cui ogni cosa è riportata sul primo piano, a mo’ di arabesco, è tuttavia solo apparente, derivando dalla raffinata lezione avanguardista di Henri Matisse, principale punto di riferimento della pittrice, che lo aveva scoperto nei secondi anni Venti alla Biennale di Venezia e avrebbe rivisto nel 1933 durante il suo primo viaggio a Parigi (non ancora compiuto, all’altezza cronologica di quest’opera). Di Matisse è poi l’utilizzo del colore, che non riempie le forme, ma le costruisce, svincolato dal disegno chiaroscurale e di contorno. Ma la gamma cromatica in sé ancora non presenta, almeno compiutamente, le accensioni e i contrasti dell’espressionismo francese (che pur caratterizzeranno molta produzione della Pincherle), rivelando piuttosto i natali romani della pittrice: gli accordi di rosa e rossi caldi sembrano infatti avvicinarla ai colleghi e amici Scipione, Mario Mafai e Antonietta Raphaël della cosiddetta Scuola di via Cavour.

Il volto con cui Adriana Pincherle si raffigura è invece, più che somigliante, un omaggio ad Amedeo Modigliani, altro importante riferimento per lei artista autodidatta (se si escludono i due mesi di ritratto a una “scuola per signorine” e un semestre presso la Scuola Libera del Nudo all’Accademia di Belle Arti di Roma). Infine, dalla posa – anch’essa modiglianesca nell’andamento sinuoso – emerge tutto il suo orgoglio d’essere pittrice, misto a quell’autoironia, o autocritica, che la contraddistingueva, e che fu la spinta anche per esiti precocemente maturi come questo.

L’Autoritratto, postdatato dalla Pincherle al 1934, fu certamente esposto già nel 1932 alla sua prima mostra personale, condivisa con Corrado Cagli alla Galleria di Roma, che le valse l’incontro e il plauso del critico Roberto Longhi. Dopo quasi mezzo secolo, nel 1981, il dipinto verrà donato dalla stessa autrice «Alla Galleria degli Uffizi, contenta di entrarvi», come recita la dedica autografa sul retro della tela.

Testo
Mara Portoghese