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San Zanobi ridona la vista a un cieco

Autore
Livio Mehus (Oudenaarde 1627-Firenze 1691)
Data
1665 ca.
Collocazione
Sala di Berenice
Tecnica
Olio su tela
Dimensioni
147x117 cm
Inventario
Poggio Imperiale 1860 n.1216

La parabola del mendicante miracolosamente salvato dalla cecità è tra gli episodi della vita di San Zanobi più frequentemente rappresentato dagli artisti tra XV e XVII secolo. Al secondo vescovo di Firenze, vissuto nel IV secolo, venerato compatrono della città insieme ad Antonino e protettore dal 1651 dell’Accademia della Crusca, la tradizione popolare fiorentina riconosceva il compito di difensore dai morbi. La scena illustra il momento in cui il santo, sulla soglia della chiesa dove ha appena terminato di celebrare la messa, impone la mano sugli occhi del cieco, restituendogli la vista e guadagnando la sua conversione. Egli ci appare dunque non solo in veste di taumaturgo, ma anche come evangelizzatore delle terre orientali, secondo il dettato della tradizione agiografica. La semplicità del suo gesto, la compostezza severa del portamento, reso ancor più solenne dal fascio di luce che provenendo da sinistra si concentra su di lui, contrastano con l’animata reazione di uomini e donne tutt’intorno, dalla giovane madre seduta in terra ai chierici, fino ai due fanciulli a destra. Di ognuno di essi, il pittore fissa con una pittura rapida e narrativa, fatta di tocchi e contrasti di colore, l’espressione genuinamente sbigottita, gli occhi sgranati e quasi increduli di fronte all’improvvisa manifestazione di un potere soprannaturale e salvifico. Eppure non è una narrazione enfatica ed oratoria, quella che il pittore ha ricercato, quanto l’espressione di un momento di vita, quale si sarebbe potuto immaginare inscenato nelle strade della Firenze contemporanea al pittore e ai suoi committenti. Proprio i simboli delle fede e insieme dell’orgoglio civico fiorentino, la cupola brunelleschiana e il campanile di Giotto, siglano il paesaggio in lontananza, intarsiati nel tramonto striato di nuvole bianchissime.

Il dipinto fu verosimilmente commissionato al fiammingo Livio Mehus dal cardinale Leopoldo, e adornava l’altare della sua cappella privata al secondo piano di Palazzo Pitti.