Ritratto dello scultore Antoine-Denis Chaudet

Jeanne-Elisabeth Chaudet (Parigi, 1761 – 1832)
Data
1802 c.
Tecnica
Olio su tela
Dimensioni
61 x 48,5 cm
Bibliografia

P. Marmottan, L’Ecole française de peinture, 1789-1830, Paris, 1886, p. 364-365.

La Femme artiste. D’Élisabeth Vigée-Lebrun à Rosa Bonheur, catalogo della mostra (Mont-de-Marsan, Donjon Lacataye), a cura di G. Beaulieu, 1981, p.27-28 (scheda di Geneviève Lacambre).

M.A. Oppenheimer, Women Artists in Paris, 1740-1814, tesi di dottorato (relatore Robert Rosenblum), New York University, gennaio 1996.

De David à Delacroix. La Peinture française de 1774 à 1830, catalogo della mostra, (Paris, Grand Palais, 1974-1975), a cura di P. Rosenberg, A. Schnapper, R. Rosenblum, Paris 1974 p.348-349 (scheda di G.Lacambre)

Charlotte Foucher Zarmanian, Jeanne-Elisabeth Chaudet ou la diversité stylistique de Greuze à Géricault, in “Histoire de l’Art”, n. 63, ottobre 2008, pp. 45-55

Inventario
Inv. 1890 n. 10783

Il presente ritratto mostra il grande artista ancora piuttosto giovane, come risulta anche dal confronto con quello dipinto da Jean-Baptiste Desmarais all’età di circa venticinque anni, nel 1788, quando lo scultore si trovava presso l’Accademia di Francia a Roma, dove, dopo l’alunnato presso Jean-Baptiste Stouf e Etienne-Pierre-Gois, trascorse cinque anni, grazie al Grand Prix di Scultura ottenuto nel 1784 col bassorilievo Giuseppe venduto dai suoi fratelli.

Tuttavia, a differenza dell’immagine che ci ha lasciato Desmarais - il quale lo coglie in atteggiamento malinconico ed immerso nei propri pensieri, riflettendone la fragilità fisica ed il carattere tormentato -, in questa effigie Chaudet ha un’espressione fiera e consapevole del suo ruolo di artista. Indossa una camicia dall’ampia e ricca scollatura sotto la giacca verde ed ha in mano gli strumenti del mestiere: lo stiletto e il blocco dei disegni dal quale si intravedono spuntare alcuni schizzi. Come era usuale, anche in questo caso l’artista è presentato nel suo ruolo di disegnatore più che di scultore, quasi a sottolineare che la scultura non rientrava nell’ambito delle mere attività manuali, ma comportava molta concentrazione e riflessione, attraverso la fase disegnativa preliminare alla realizzazione delle opere scultoree.

Il ritratto oggetto di una recente acquisizione delle Gallerie degli Uffizi, databile intorno al 1802, sembra riconducibile ad un periodo particolarmente felice nella vita di Antoine: al suo rientro in Francia egli conobbe infatti Jeanne-Elisabeth Gabiou, una giovane pittrice che si era formata con Elisabeth Vigée Lebrun e che divenne sua allieva. I due si sposarono il 14 aprile del 1793 e rimasero insieme fino alla morte dello scultore, avvenuta nel 1810.

Malgrado il dipinto non sia firmato, esso risulta certamente di mano di Elisabeth Chaudet, autografia confermata peraltro dalla maggiore studiosa della pittrice, Charlotte Foucher Zarmanian, autrice di un lungo saggio dedicato all’artista francese.

Dopo la morte di Antoine-Denis Chaudet, Elisabeth sposò in seconde nozze, Pierre-Arsène-Denis Husson, alto funzionario delle finanze, divenuto un anno dopo Archivista della Corona di Luigi XVIII di Francia. Questa seconda unione non mise fine alla sua carriera di artista, dato che ella continuò ad esporre al Salon fino al 1817, prima di morire di colera, all’età di sessantacinque anni, nel 1832. Nel 1843 il suo secondo marito legò al Musée des Beaux-Arts di Arras ben dieci dipinti di Elisabeth, nove dei quali andarono distrutti durante un bombardamento nel luglio 1915.

Dopo il debutto al Salon de Correspondance, Jeanne-Elisabeth partecipò regolarmente alle esposizioni pubbliche del Louvre dal 1796 al 1817 riscuotendo un discreto successo sia di critica che di pubblico. L’artista ottenne un ampio consenso soprattutto raffigurando bambini in contesti famigliari e in situazioni particolari che li vedevano assumere un ruolo da protagonisti. Così facendo ella giungeva ad una fusione tra il ritratto e la pittura di genere. Nel campo della ritrattistica ottenne la fama nel 1798 col Ritratto di Mme Gérard e confermò poi la sua popolarità con Una fanciulla che vuole insegnare a leggere al suo cane, un’opera che colpì i recensori sia per l’originalità del soggetto che per le qualità esecutive, dimostrando da un lato il nuovo ruolo accordato all’infanzia tra il XVIII e XIX secolo, sulla scorta delle teorie di L'Emile de Jean-Jacques Rousseau, dall’altro riallacciandosi alla pittura di Greuze per i soggetti infantili e di genere, pur distaccandosene nello stile.

Tra le altre opere ispirate ai temi dell’infanzia, possiamo ricordare Il Bambino addormentato sotto lo sguardo di un cane coraggioso (1801, Rochefort, Musée d’Art et d’Histoire), o la Fanciulla che dà da mangiare ai polli, firmato e datato 1802 (Arenenberg, Napoleonmuseum) che fu acquistato dall’imperatrice Joséphine. Ad ulteriore riprova della sua abilità ritrattistica unita all’originalità nel rappresentare l’infanzia, nel 1806 Jeanne-Elisabeth Chaudet espose il ritratto di Maria Laetitia Murat (Ajaccio, Musée Fesch) dove la giovane principessa è raffigurata non come nei ritratti di apparato ovvero come un’adulta in miniatura, ma con la sua personalità tipica di bambina giocosa e allegra. L’artista seppe conferire a questi soggetti un carattere di naturalismo ed una verità di sentimenti che, secondo i commentatori del tempo, superava i limiti e le convenzioni del genere, per divenire un esempio dell’evoluzione del ruolo dell’infanzia nella società del suo tempo, facendosi veicolo di significati edificanti e di valori morali.

Malgrado una carriera artistica di un certo rilievo, dopo la sua morte la fortuna critica di Elisabeth Chaudet subì un destino simile a quello altre donne artiste vissute nel periodo post rivoluzionario, le quali, dopo aver riscosso un certo successo ai loro tempi, caddero nell’oblio della storia dell’arte francese. Fu grazie alla mostra del 1974, De David à Delacroix. La peinture française de 1774 à 1830, dove fu esposto il dipinto Una fanciulla che piange un piccione morto del 1808 (Arras, Musée des Beaux Arts), che la produzione della pittrice fu in parte riscoperta.

 

 

Testo
Elena Marconi