Icona martire Giovanni soldato con storie della sua vita

Russia centrale
Data
1730-40 ca
Tecnica
Tempera su tavola
Dimensioni
35,9 x 30,5 cm
Inventario
1890 n. 9358

Al centro dell’icona è raffigurato un guerriero abbigliato all’antica, con una preziosa armatura d’oro. Il santo, identificato come ‘Giovanni il soldato’ dall’iscrizione apposta in alto (ОБРАЗ С(ВЯ)ТАГО IОАННА ВОIНА), impugna una piccola croce, emblema del martirio, e una lancia cui è appeso un vessillo con la croce del Calvario, che lo identifica come soldato di Cristo. Sopra l’aureola è raffigurato il mandylion, l’immagine acheropita del volto del Salvatore. Ai lati dell’icona, entro medaglioni accompagnati da iscrizioni, sono illustrati gli episodi più salienti della vita del santo.

Vissuto nel IV secolo, Giovanni era un ufficiale dell’esercito romano. Sotto il comando dell’imperatore Giuliano (331-363), detto l’Apostata per avere rinnegato il cristianesimo e reintrodotto il paganesimo, fu inviato nelle province d’Oriente a perseguitare i cristiani, verso i quali invece svolse azioni difensive. Per questa ragione fu imprigionato e venne liberato solo dopo la morte dell’imperatore Giuliano. Giovanni dedicò il resto della sua vita ad opere di misericordia; le sue spoglie si conservavano a Costantinopoli.

Sebbene la devozione per il martire Giovanni sia attestata nella Rus’ già nel XII secolo, conobbe una più ampia divulgazione solo a partire dalla fine del XVII. Le numerose guerre che sconvolsero la vita nella Rus’ fra il 1650 e il 1720 circa favorirono probabilmente l’affermazione del culto verso il santo soldato, soprattutto in ambito militare. Sorsero quindi chiese e cappelle intitolate a Giovanni, si diffusero le icone con la sua effigie e nel 1695 fu pubblicata, come testo autonomo, la vita del santo composta dal poeta russo Karion Istomin (notizie tra il 1640s e 1718). Per aver indotto alcuni ladri a restituire il maltolto, episodio narrato nell’icona degli Uffizi nei due tondi in alto, il martire era altresì invocato dai fedeli per recuperare i beni perduti.

Testo
Daniela Parenti
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