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Dio parla a Noè dopo il diluvio

Autore
Jacopo e Francesco dal Ponte detti I Bassano  (Bassano del Grappa 1515 – 1592) / (Bassano 1549 c. – Venezia 1592)
Data
1578 c.
Tecnica
Olio su tela
Dimensioni
93 x 124 cm
Inventario
Inv. 1912 n. 386

La scena fa parte di un ciclo detto ‘del Diluvio’ composto da quattro tele  – le altre tre raffigurano la Costruzione dell’arca, l’Ingresso degli animali nell’arca, e il Diluvio universale  – e appartiene ad una delle molte serie di storie di Noè che Jacopo Bassano, uno dei principali interpreti della civiltà figurativa veneta del Cinquecento, ideò negli anni Settanta e replicò più volte, in collaborazione con il figlio Francesco. Il primo piano è animato come in una scena di genere da figure impegnate in varie attività domestiche fra mobili, suppellettili e animali, mentre solo sullo sfondo si intravede il vero soggetto dell’opera, ovvero Noè che si inginocchia dinanzi all’altare da lui costruito per ringraziare il Padre Eterno che, manifestatosi con un raggio di luce alla fine del Diluvio, invia l’arcobaleno come simbolo della promessa divina di amicizia tra terra e cielo.

Il dipinto offre un tipico esempio della produzione artistica della bottega dei Dal Ponte, una delle generazioni artistiche italiane più importanti, conosciuta con il nome del paese natale, Bassano del Grappa, e resa celebre da Jacopo, inventore delle cosiddette ‘favole pastorali’. Si tratta di composizioni di soggetto biblico, evangelico e allegorico, ambientate in chiave agreste e pastorale, che ebbero tale fortuna e richiesta sul mercato da render necessaria una apposita organizzazione del lavoro ripartita tra il pittore e i figli, Francesco e Leandro, coadiuvati da schiere di garzoni.

La serie di quattro tele di cui fa parte questo dipinto venne acquistata dal cardinale Ferdinando de’ Medici poco prima del 1578 per la sua residenza a Roma, la Villa Medici di Trinità dei Monti. Il ciclo fu poi smembrato nel corso del Settecento, e questo dipinto fu portato a Pitti nel 1761; le altre tele sono oggi conservate presso il Museo d’arte Medievale e Moderna di Arezzo (inv. 1890 nn. 580 e 2138) e la prefettura di Pistoia (inv. 1890 n. 959) .