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Tentazioni di San Gerolamo

Autore
Giorgio Vasari (Arezzo 30 luglio 1511 – Firenze 27 giugno 1574)
Data
1541
Collocazione
Sala di Ulisse
Tecnica
Olio su tavola
Dimensioni
170 x 122,5 cm
Inventario
1912 n.393

Conforme alla tradizione letteraria che ne illustra il periodo di solitudine trascorso nel deserto, San Girolamo è raffigurato come un vecchio barbuto e vigoroso, inginocchiato in primo piano e coperto da una semplice tunica azzurra completata dal manto rosso. Sorregge con la mano destra un crocifisso e si percuote il petto con una pietra in segno di penitenza. Innanzi a lui giacciono il teschio, simbolo della vanità della vita terrena, e i libri, segno di quegli studi che dettero vita alla redazione della ‘Vulgata’, ossia la traduzione della Bibbia in lingua latina. Il leone ai suoi piedi richiama un episodio tramandato dalle fonti, tra cui la Legenda Aurea di Jacopo da Varazze (fine XIII secolo), secondo le quali la bestia, ferita da una spina conficcatasi nella zampa, fu curata dal santo, e per questo gli rimase fedele, accompagnandolo per tutto il corso del suo ritiro. Questo modello iconografico, limitato alla sola figura del santo con il leone, era assai diffuso in pittura e scultura fin dalla metà del secolo XV. Vasari arricchisce questo schema inserendo alle spalle del santo Venere, simbolo della passione e dell’amore carnale, che porta un amorino in braccio e trascina per mano un altro bimbo che agita un cembalo: è la personificazione del Gioco, che nel contesto allegorico richiama un’altra delle tentazioni mondane. In alto svolazzano due colombe e Cupido bendato, pronto a scoccare la sua freccia per colpire il santo. Ma il turcasso vuoto, il mazzo di saette e la face ardente, strumenti dei sortilegi amorosi, sono oramai abbandonati in terra poiché non possono vincere la forza morale del vegliardo. Anche Venere è costretta ad allontanarsi, rinunciando ad esercitare le sue arti seduttive. La composizione è completata da altri elementi simbolici cari a Vasari, come l’albero di ippocastano a cui si avvinghia un ramo di edera, entrambi allusioni all’eternità. Il paesaggio sullo sfondo, punteggiato di edifici all’antica, digrada dolcemente contro il cielo rosato del tramonto. Questa complessa allegoria fu ideata da Vasari per Ottaviano de’ Medici, suo grande amico, promotore delle arti e figura di spicco a Firenze negli anni ‘30 del Cinquecento. La tavola rappresenta bene gli sviluppi di stile dell’artista aretino sui primi anni Quaranta del Cinquecento: un momento eclettico, in cui alla formazione fiorentina sui modelli di Andrea del Sarto e di Rosso si sommano le nuove esperienze svolte pochi anni prima a Roma, dagli studi di sculture antiche e di Michelangelo e Raffaello, condotti instancabilmente a Roma in compagnia dell’amico pittore Francesco Salviati, fino alle meditazioni sull’opera di Parmigianino.