Fronte di sarcofago con fatiche d’Ercole

Arte romana
Data
190-200 d.C.
Collezione
Collocazione
Sala 1
Tecnica
Marmo bianco a grana fine
Dimensioni
69 cm ( altezza); 209 cm (lunghezza)
Bibliografia

A. Filippi, Scultura antica: catalogo dei sarcofagi romani nella città di Firenze e un’ipotesi ricostruttiva del complesso del Battistero, Firenze 2013.

G. Koch - H. Sichtermann, Griechische Mythen Auf Romischen Sarkophagen, Tübingen 1975.

G. Mansuelli, Galleria degli Uffizi, Le sculture (I), Roma 1958.

Inventario
1914 n. 145

Il sarcofago presenta una decorazione a rilievo sulla fronte inquadrata superiormente e inferiormente da una cornice a listello semplice. Le scene ivi scolpite mostrano otto delle fatiche di Ercole, disposte, da sinistra verso destra, in base all’avanzamento dell’età dell’eroe. L’ordine tradizionale delle fatiche è riportato dallo  Pseudo Apollodoro (2, 5, 1-12), e in questo sarcofago si riconoscono: la vittoria sul leone di Nemea; la lotta contro l’Idra, il mostro a nove teste di cui una immortale, schiacciata dall’eroe; il cinghiale di Erimanto; la lotta con la cerva di Cerinea, entrambi catturati e portati a Euristeo; gli uccelli dello Stinfalo, che si nutrivano di carne umana; il gruppo con Ippolita, uccisa da Eracle per portare la sua cintura alla figlia di Euristeo; le stalle di Augia, ripulite con l’impeto del fiume Alfeo, deviato dall’eroe; il toro cretese, catturato vivo e soffocato con le mani; quello che rimane della scena con le cavalle di Diomede, che Ercole catturò e portò a Euristeo dopo aver fatto loro uccidere il terribile Diomede. Alle sovrumane imprese di Ercole, spesso compiute con un atteggiamento di sfida alla morte, si può attribuire un significato filosofico, morale per cui possono essere interpretate come una sorta di cammino spirituale. Da un lato Ercole mira a liberare la terra dai mostri, dall’altro addomestica, ammansisce e rende disponibile per l’uomo ciò che dapprima risultava a lui estraneo. Ercole può rappresentare chiunque, uomo o donna, si batta con i problemi della vita, affrontando con coraggio i compiti del proprio destino, sopportando pene e tribolazioni, e attuando un percorso che lo porterà alla conquista dell’immortalità. Un confronto con questo sarcofago può essere fatto con un altro conservato sempre alle Gallerie degli Uffizi (Inv. 1914, n. 110). La tematica della decorazione è sempre la stessa, ma qui le figure appaiono meno massicce e maggiormente slanciate e affastellate. La composizione appare animata essenzialmente grazie ad espedienti chiaroscurali e coloristici ottenuti con un largo impiego del trapano e una maggiore altezza del rilievo. Nella parte inferiore della cassa, al centro della fronte, è visibile una frattura trasversale. La cornice e la parte superiore della decorazione presentano ampie integrazioni; risultato di interventi moderni sono anche le tracce di policromia (blu ed ocra). È possibile inoltre che alcuni dettagli iconografici fossero realizzati in metallo come suggerirebbero i due piccoli fori vicino alla testa di Ippolita, aventi lo scopo di applicare una miniatura metallica dell’ascia bipenne, normalmente associata all’amazzone. Nel Settecento, all’epoca di Anton Francesco Gori (1691-1757), studioso di antichità fiorentino, il sarcofago si trovava nel giardino della Villa medicea di Castello a Firenze. Dopo aver subito un parziale intervento di rimaneggiamento ad opera dello scultore Innocenzo Spinazzi nel 1791, fu trasferito in Galleria nel 1795 e posto ad ornamento della “Scala della Reale Galleria”.

Testo
Fabrizio Paolucci. Alejandra Micheli