Dioniso con erma

Arte romana
Data
II secolo d.C.
Collocazione
Giardino di Boboli
Tecnica
Marmo microcristallino a grana fine, probabilmente lunense
Dimensioni
Altezza con la base cm. 204; altezza dell’erma cm. 132
Bibliografia

C. Caneva, Il giardino di Boboli, Firenze 1982, p. 43, n.46; A. Cecchi - C. Gasparri, La Villa Médicis. Le collezioni del Cardinal Ferdinando, vol. 4, Roma 2009, p.146, n.153.2; E. Schröter, Antiken der Villa Medici in der Betrachtung von Johann Joachim Winckelmann, Anton Raphael Mengs und Johannes Wiedewelt. Neue Quellen, Mitteilungen Kunsthistorischen Institutes in Florenz, XXXIV (1990), pp. 379-412

Inventario
Boboli n. 125

Il giovane dio si appoggia ad un’erma con il braccio sinistro ripiegato, accentuando così il sinuoso movimento ad esse del corpo. Il torso, dalla muscolatura esile e giovanile, accompagna l’andamento languido della figura che riposa sulla gamba destra, mentre la sinistra, leggermente piegata, sembra suggerire un chiasmo in origine forse ripreso anche dalla posizione delle braccia. Queste ultime sono frutto di un’integrazione moderna che però ha sicuramente colto nel segno nel restituire il braccio sinistro piegato col gomito sull’erma. Anche il destro, disteso lungo il corpo, ripropone una disposizione delle membra simile a quella antica. La testa, senz’altro moderna, è stata inserita   senza lasciare qualsiasi indizio circa l’originaria impostazione. Lo scultore moderno ha optato per una leggera torsione del capo verso sinistra in basso, che potrebbe non coincidere con la soluzione adottata in antico. Anche le estremità originali delle ciocche sul petto e sulle spalle non forniscono elementi affidabili per avanzare ipotesi sulla corretta impostazione della testa. L’erma è sormontata da un manto avvolto su sé stesso in modo da formare una sorta di cuscino sul quale il dio si appoggia. Affiancava già in origine la statua, come dimostra il frammento inferiore solidale con la base antica della scultura. La pertinenza dell’erma alla figura stante fornisce un elemento chiave per il corretto inquadramento della scultura. Se, infatti, figure di Dioniso con questa impostazione del corpo, secondo uno schema di ispirazione prassitelica, sono relativamente frequenti nella statuaria classicistica di epoca romana, assai più circoscritta appare l’associazione di queste con l’erma, probabile allusione ai rapporti che legarono Dioniso ad Hermes durante l’infanzia. Un parallelo puntuale per la resa del pilastrino e per la descrizione del panneggio che lo sormonta è offerto da una statua acefala conservata a Villa Pogliaghi, a Varese, forse proveniente dalle collezioni di Villa Borghese. La mancanza della testa nella replica varesina impedisce di avanzare ipotesi certe sulla sua originaria impostazione, ma un indizio a favore di una sua rotazione verso sinistra, in alto è offerto da una terza replica, oggi al Museo del Prado. I tre marmi sembrano costituire un tipo vero e proprio dalle caratteristiche omogenee (definito convenzionalmente “Madrid-Varese”), da distinguere all’interno del più ampio tipo “Richelieu”. L’archetipo risalirebbe alla fine del IV secolo a.C. Recentemente è stata avanzata da Schröder l’ipotesi che collocherebbe il modello Richelieu nella cultura artistica di fine II secolo a.C., in base al tipo di erma adottato nella replica di Varese e di Boboli, riconducibile a un ben noto tipo tardo ellenistico. Le statue di Madrid, Varese e Firenze dovrebbero dunque essere considerate le più prossime a un modello dotato proprio di un’erma, accostamento meno banale del tronco di vite presente nelle repliche del tipo Richelieu. La perdita pressoché totale della superficie originale e l’estrema levigatezza del modellato non offrono appigli certi per la cronologia: solo il trattamento della barba dell’erma, accuratamente definita e dal rilievo non troppo pronunciato, sembra richiamare soluzioni analoghe a quelle riscontrabili in ritratti di epoca adrianea. La testa, di integrazione forse già cinquecentesca, reinterpreta schemi dell’Apollo Liceo mediati attraverso modelli eclettici adottati in periodo adrianeo-antonino per l’iconografia di Apollo citaredo. La statua fu a lungo nella Galleria di Villa Medici a Roma. L’opera, inserita da Luigi Lanzi nell’elenco di quelle da trasferire a Firenze redatto nel 1787, vi giunse l’anno successivo, per essere sistemata a Boboli forse solo alla fine del XVIII secolo.

Testo
Fabrizio Paolucci; Alejandra Micheli