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Cena in Emmaus

Autore
Jacopo Carucci, detto il Pontormo (Pontorme, Empoli, 1494 – Firenze, 1552)
Data
1525
Collezione
Collocazione
Sala 61
Tecnica
olio su tela
Dimensioni
230 x 173 cm
Inventario
1890 n.8740

Jacopo Carucci detto il Pontormo, dal nome del suo paese natale, si formò a Firenze frequentando le botteghe di Piero di Cosimo e Mariotto Albertinelli per approdare infine in quella di Andrea del Sarto dove lavorò a fianco di Rosso Fiorentino. Fin dalle sue prime opere, debitrici nei confronti del misurato classicismo del maestro e della profonda riflessione sui modelli michelangioleschi, l’artista elaborò uno stile vibrante ed inquieto, improntato ad una nuova tensione psicologica e compositiva e ad una incisività d'ascendenza nordica, derivata in particolare dalle stampe di Dürer. Queste caratteristiche saranno sviluppate nelle opere della maturità e addirittura esasperate nella parte finale della carriera artistica del Pontormo che incarna la fase più tormentata della corrente manierista.

Nel 1523, per sfuggire alla peste che imperversava a Firenze Jacopo si rifugiò presso la certosa del Galluzzo dove si dedicò al ciclo di affreschi con le Storie della Passione nelle lunette del chiostro grande. Al termine della realizzazione del ciclo i monaci certosini gli commissionarono questa grande tavola destinata alla foresteria. Il dipinto raffigura l’apparizione di Cristo agli Apostoli così come la riporta il Vangelo di Luca (24,13 – 35): dopo la sua Resurrezione Gesù, vestito da viandante, incontrò due dei suoi discepoli lungo la strada che portava ad Emmaus, un piccolo villaggio vicino a Gerusalemme, ma questi non lo riconobbero fino al momento della cena quando egli prese il pane, lo benedisse, lo spezzò e lo distribuì tra i commensali.

Il dipinto si ispira all’incisione di analogo soggetto nella serie della Piccola Passione di Dürer. Lo schema compositivo è incentrato attorno alla figura di Cristo, ritratto nell’atto di benedire il pane. L’improvvisa rivelazione ai discepoli, che lo riconoscono dal gesto, è enfatizzata dal fascio di luce che ne illumina il volto. La mensa è evocata con pochi semplici elementi di grande naturalismo: la brocca di metallo, i vetri limpidi, il cane e i gatti che si nascondono sotto la tavola in attesa degli avanzi.

Sullo sfondo emergono dall’oscurità i monaci certosini, chiamati ad essere testimoni dell’episodio sacro. Tra essi spicca il ritratto penetrante di Leonardo Buonafede, vecchio priore della certosa, riconoscibile nel frate in piedi alla destra di Cristo.

L’occhio divino in alto, simbolo di Dio Padre entro il triangolo trinitario, è frutto di una ridipintura posteriore volta a celare l’originale volto trifronte, rappresentazione della Trinità, vietata dalla Controriforma.