Ara in onore di Avidia Eutychia e del figlio

Ara in onore di Avidia Eutychia e del figlio
Data
Metà del II secolo d.C.
Collezione
Collocazione
Sbarco ascensori, II piano
Tecnica
marmo italico
Dimensioni
altezza cm 110; larghezza cm 67,5; spessore cm 43,5; altezza lettere 3,5-5
Inventario
1914, n. 960

Il monumento funerario è decorato sulla faccia principale da un coronamento costituito da due pulvini che terminano in rosette, mentre l’iscrizione ne occupa tutta la parte centrale, eccettuata l’indicazione della dimensione dell’area sepolcrale che è incisa nello zoccolo (CIL VI 12892).

La dedica posta da C. Avidio Gelos alla moglie Avidia Eutychia e al figlio C. Avidio Caro è inserita in un’area sepolcrale di grandi dimensioni, ben 25 piedi sia in lunghezza sia in larghezza, all’interno della quale si trovava probabilmente anche un sacello in onore della dea Diana, che qui prende il posto degli dei Mani come protettrice dei defunti e al cui culto forse Avidia Eutychia è implicitamente associata in questo spazio privato. Dati i cognomina d’origine greca e la mancata espressione del patronimico, ci troviamo anche in questo caso di fronte ad una famiglia di liberti, il cui arco di vita si può datare al II secolo d.C., sia per le caratteristiche del testo, sia per l’aggettivo sanctissima utilizzato per elogiare Avidia Eutychia, termine che nel II secolo prende il posto del generico benemerens ( “che ha ben meritato”) o dei più specifici pudica o lanifica (nel senso di “rispettosa del dovere della pudicizia” e “operosa”) per indicare l’eccellenza matronale. Lo usa Plinio il Giovane per lodare l’Augusta Plotina, moglie del principe Traiano (98-117 d.C.), e sulla scorta del suo esempio lo utilizzano gli uomini di ogni classe sociale per dimostrare l’aderenza della propria consorte all’ideale femminile di riferimento, ormai rappresentato dall’imperatrice. Così fa anche Avidio Gelos, liberto di successo, che elogia la moglie secondo i più elevati standard del tempo e che forse arriva a farla oggetto, sempre sul modello fornito dalla casa imperiale, di una forma di divinizzazione privata.

Non è noto il preciso luogo di ritrovamento dell’ara, sicuramente di officina romana; è attestata per la prima volta a Villa Medici sul Pincio, a Roma, dove fu vista e disegnata nella prima metà del XVII secolo.

Testo
Novella Lapini