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Restauri | 31/05/2023

La sfolgorante Pietà di Luco di Andrea del Sarto di nuovo in Galleria Palatina

Terminato il restauro a cura dell'Opificio delle Pietre Dure

La squillante cromia della “Pietà di Luco” è tornata a risplendere nella Sala di Apollo della Galleria Palatina, dopo il restauro condotto a cura dell’Opificio delle Pietre Dure. Capolavoro di Andrea del Sarto “il pittore senza errori”, che la eseguì tra il 1523 e il 1524, la maestosa tavola è stata ricollocata in quella che è la sua sede dal 1815, entro la cornice barocca di metà Seicento in cui la volle il Gran Principe Ferdinando. Giorgio Vasari, nelle Vite, ci informa sulle circostanze della commissione: “essendo poi venuto l’anno 1523 in Fiorenza la peste, et anco pel contado in qualche luogo, Andrea per mezzo di Antonio Brancacci, per fuggire la peste et anco a lavorare qualche cosa, andò in Mugello a fare per le monache di San Piero a Luco dell’Ordine di Camaldoli una tavola”. L’opera deve quindi il nome con cui è comunemente nota, al monastero camaldolese di San Pietro a Luco del Mugello, dove il pittore fu accolto amorevolmente dalle monache, tanto che, racconta Vasari “si pose a lavorare con grandissimo amore”. Secondo lo storico aretino, la pala gli fu commissionata dalla badessa, la nobile fiorentina Caterina di Tedaldo della Casa.

Nella grandiosa composizione le figure si affollano intorno al corpo esangue e livido di Cristo a cui è accostato il calice con la patena, allusivo all’Eucarestia, invenzione altamente simbolica nonché novità iconografica che fu accolta e riproposta specialmente dai pittori della Controriforma. Chiudono la scena del compianto i santi Pietro e Paolo, proprio come accade nella "Pietà" dipinta qualche anno prima da Fra’ Bartolomeo, esposta nella contigua Sala di Giove. Giorgio Vasari, grandissimo estimatore della pittura di Andrea, riserva a quest’opera un commento esemplare: “figure tanto vive che pare ch’elle abbaino veramente lo spirito e l’anima[…] nel San Giovanni si scorge la tenera dilezzione di quell’apostolo, e l’amore della Madonna nel pianto, e un dolore estremo nel volto e nell’attitudine della Madonna, la quale vedendo il Cristo, che pare veramente di rilievo in carne e morto, fa per la compassione stare tutto stupefatto e smarrito San Pietro e San Paulo,”

Come è arrivata la pietà di Luco a Firenze? Si deve al Cardinale Carlo de’ Medici, nel 1630, un primo tentativo di ottenere dalle suore il dipinto per arricchire la propria collezione. Ma quelle, dicono le fonti, si opposero strenuamente e il Cardinale si dovette arrendere. L’impresa riuscì nel 1782 al Granduca di Toscana Pietro Leopoldo, che pagò 2400 scudi per poterla esibire nella Tribuna degli Uffizi. L’operazione richiamò il ‘modus operandi’ proprio del Gran Principe Ferdinando de’ Medici, che era uso ‘risarcire’ gli altari delle chiese a cui sottraeva opere: Pietro Leopoldo fece infatti realizzare al pittore Santi Pacini una copia fedele del dipinto, che venne inserita nella cornice originale e collocata sull’altare a Luco. Nel 1795 il direttore della Galleria, Tommaso Puccini inviò la Pietà a Palazzo Pitti, in Galleria Palatina, in cambio della "Madonna delle Arpie" dello stesso autore, oggi agli Uffizi. Così il Puccini giustificò la sua scelta: “la Pietà è un quadro vistoso, imponente e pieno di ogni squisitezza e per i quadri di Pitti è conveniente che la loro bellezza si manifesti anche agli occhi del meno fine conoscitore”. Trasferita a Parigi nel 1799 dalle truppe napoleoniche, la grande pala rientrò a Firenze nel 1815. 

Il Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi conserva un abbozzo dell'opera (inv. 642E), molto vicino all'idea finale, e lo splendido foglio preparatorio per la testa di Maddalena (inv. 644E), tracciato a pietra rossa.

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