Caricamento della mostra virtuale Tra umano e divino: Cimabue e la Maestà di Santa Trinita in corso...
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La Maestà di Santa Trinita, 1290-1300
La tavola nella collezione degli Uffizi
Le Maestà nell'arte medievale
Il modello delle icone bizantine
Il fondo oro
L' agemina
Le novità introdotte nel linguaggio di Cimabue
Il significato del trono
La simbologia dei Profeti del Vecchio Testamento
Il giudizio di Giorgio Vasari

Tra umano e divino: Cimabue e la Maestà di Santa Trinita

Che cosa doveva comunicare un'immagine sacra all'uomo del Medioevo?

Gli Uffizi espongono in un'unica ampia sala tre grandi Maestà dipinte tra la fine del Duecento e l'inizio del Trecento dai tre  nomi di spicco dell'epoca, Duccio, Cimabue e Giotto. Per chi entra in quella sala la visione d'insieme di queste opere grandiose è  sorprendente ed emozionante. Le dimensioni impressionanti e l'iconicità delle figure non possono non evocare, nemmeno nel visitatore più distratto e frettoloso, quel senso di rispetto del sacro e dell'ultraterreno, che era parte dominante della cultura medievale. L'icona, nella tradizione bizantina, è immagine sacra dove forma e simbolo coincidono, veicolo per il Divino, vero e proprio trait d'union tra l'uomo e Dio. La loro realizzazione richiedeva tempi lenti di esecuzione, e gli artisti si preparavano al compimento dell'icona con digiuni e preghiere.  Le eccezionali dimensioni delle Maestà fanno pensare che queste tavole, come le croci, fossero poste molto in alto, rivolte verso i laici, in modo da poter essere viste anche da lontano e costituire un focus visivo all'interno di chiese e cattedrali.

Grazie alle moderne tecnologie oggi possiamo scrutare queste opere da un punto di vista privilegiato, soffermandoci su numerosi dettagli, punzonature, trasparenze e finiture, che gli artisti avevano realizzato dedicandoli a Dio e che i fedeli, da lontano, non potevano percepire. Proponiamo in questa sede una lettura ravvicinata della Maestà di Santa Trinita, opera tarda del più importante pittore della seconda metà del Duecento dell'Italia centrale, Cenni di Pepo detto Cimabue, che in quest'opera fa i conti con le novità introdotte in pittura dal suo illustre allievo Giotto, conciliandole con l'impronta filobizantina della tradizione precedente, fondamenta della sua formazione.

Avviciniamoci dunque all'antico con l'occhio moderno offerto dalla tecnologia digitale, per riscoprire simboli e significati della pittura sacra, così consueti un tempo all'uomo del Medioevo.

 

Realizzazione a cura del Dipartimento di Comunicazione Digitale

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