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San Giovanni Evangelista a Patmos

Autore
Carlo Dolci (Firenze 1616-1687)
Data
1656
Collocazione
Sala di Ulisse
Tecnica
Olio su rame
Dimensioni
cm 38x49
Iscrizioni

 “di Carlino Dolci” (in alto a sinistra); “∙ S∙ 1656 il Giovedì Santo a ora quinta principiavo” (sul montante sinistro del telaio)

Inventario
inv. 1912/465

Il dipinto faceva parte delle collezioni del Gran Principe Ferdinando de’ Medici che vantavano anche altri dieci quadri di mano del Dolci. Venne registrato per la prima volta nell’Inventario di Poggio Imperiale del 1695 tra i beni di Vittoria della Rovere giunti dopo il censimento del 1691 e descritto come una tavola, probabilmente in virtù del fatto che la lastra di rame è fissata su un sottilissimo listello ligneo.

Di questo soggetto esistevano altre due versioni in tela di grande formato, a oggi non rintracciate: una appartenente a Pier Francesco Rinuccini e un’altra nella collezione del Cardinale Giovan Carlo, nel suo palazzo di via della Scala, entrambe eseguite alla tra il 1657 e il 1659. Il piccolo rame della Palatina dovrebbe dunque essere un esemplare preparatorio, iniziato il giovedì santo del 1656 come dimostra l’iscrizione sul telaio dove il Dolci, al colmo dello scrupolo devozionale, incide con la consueta grafia lenta e ordinata la data e l’ora d’inizio del suo lavoro.

La scena illustra l’episodio narrato nel libro dell’Apocalisse (XII, 1-6): l’Evangelista, esiliato nell’isola greca di Patmos, riceve la visione della mulier amicta solis, innalzata sul crescente di luna e insidiata dal terribile drago a sette teste. Entro uno spazio indefinito tra cielo e mare, delimitato solo dalla quinta delle rocce accuratamente orlate di luce, la figura del santo si allunga in primissimo piano, puntellandosi a fatica al libro aperto di taglio, quel tanto che basta per indagare minutamente l’ombra prodotta dalla mano. Il volto è raccolto in una fissità un poco attonita, ma il fulcro di tutta la composizione è riservato al gesto plateale della mano, certo fin troppo grande ma elegantissima, che indirizza lo sguardo dello spettatore fin dentro il trionfo di bagliori dorati, perlustrato in ogni sua variante cromatica, dentro il quale si staglia la piccola Vergine desunta, insieme al mostro danzante, dalla xilografia dureriana per il ciclo dell’Apocalisse dato alle stampe nel 1498.  Dolci fa sfoggio della sua grande abilità di pittore ‘in piccolo’, riconosciutagli dal Baldinucci, concentrando ogni cura sull’articolazione del manto rosso, sulla lanugine della barba e dei capelli, sulla capziosa descrizione del drago e dell’aquila, eseguita a monocromo con pochissime velature e limitata in taluni passaggi al solo, sottilissimo, segno di contorno. Il rame compone un unicum con la spettacolare cornice in legno intagliato e dorato, un vero e proprio gioco di virtuosismo nell’intreccio di testine di drago che richiamano il tema raffigurato. L’intagliatore Cosimo Fanciullacci aveva confezionato l’inquadramento per il dipinto di Giovan Carlo, e si è supposto che lo stesso artigiano possa aver elaborato anche la cornice di Pitti, ispirata a modelli decorativi ampiamente sperimentati dalla scultura in bronzo fin dalla fine del secolo XVI, in particolare dalla bottega di Pietro Tacca.