Venere e Marte

Arte romana
Data
II secolo d.C.
Collezione
Collocazione
A36
Tecnica
Marmo greco
Dimensioni
215 cm (altezza x larghezza)
Bibliografia

A. Cecchi , C. Gasparri (a cura di), La villa Médicis. Le collezioni del Cardinale Ferdinando, 4, Roma 2009.

Inventario
Sculture (1914) n. 4

Nel 1570 il gruppo statuario fu trasferito da Roma a Firenze dove fu collocato nella Sala delle Nicchie a Palazzo Pitti.

Dopo una parentesi agli Uffizi, nel 1794 il manufatto approda nella Villa Medicea di Poggio Imperiale dove vi permane sino al 1825 circa, quando rientra definitivamente agli Uffizi.

Il gruppo scultoreo raffigura la coppia divina costituita da Venere, dea dell'amore e della bellezza, e Marte, dio della guerra. Il riferimento è alla narrazione mitologica dell’amore tra le due divinità presente ne L’Arte di Amare del poeta latino Ovidio:

«La storia è ben nota in tutti i cieli,

di Marte e Venere catturati dall'inganno di Vulcano.

Marte agitato dal folle desiderio di Venere

si è trasformato da temibile guerriero in amante».

 (Ovidio, Ars Amatoria II, 561-564)

Se Venere richiama il modello dell’Afrodite di Capua, conservata presso il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, il secondo si ispira al tipo dell'Ares Borghese (oggi custodito al Louvre), elaborato ad Atene nel V sec. a.C.

La dea, rappresentata di tre quarti, è nuda nella parte superiore del corpo con la veste che la copre dalla vita in giù: con le braccia avvolge l’amato, sfiorandogli il petto con la mano destra. Ares è, con la sua “nudità eroica”, reca sul capo un elmo con cimiero, sulla spalla destra un balteo alla cui estremità opposta pende un gladio.

Le grandi dimensioni fanno pensare ad una destinazione funeraria, forse per una coppia desiderosa di identificarsi con i celebri amanti. Difatti, nel II sec. d.C., il gruppo scultoreo fu spesso nella decorazione di rilievi e sarcofagi romani per simboleggiare l’immortalità del vincolo amoroso.

 

Testo
Federica Calabrese