Sarcofago con il mito di Fedra e Ippolito

Arte romana
Data
230-240 d.C.
Collezione
Collocazione
A1 Vestibolo Lorenese
Tecnica
Marmo bianco a grana fine, leggermente tendente al crema
Dimensioni
H 57,5 L 212 P 66
Bibliografia

H. Dütschke, Die antiken Marmorbildwerke der Uffizien in Florenz, Leipzig 1878, n.69; A. Filippi, Scultura antica: catalogo dei sarcofagi romani nella città di Firenze e un’ipotesi ricostruttiva del complesso del Battistero, Firenze 2013, pp. 76-78; G. Mansuelli, Galleria degli Uffizi, Le sculture (I), Roma 1958, pp. 237-238, n. 255

Inventario
1914, n. 98

Il sarcofago è del tipo a cassa con decorazione figurata a rilievo su fronte e lati corti, bordato superiormente ed inferiormente da un listello semplice. La decorazione sulla fronte è suddivisa in due parti scandite dalla presenza di un pilastro riccamente decorato, su cui si imposta un arco rappresentato solo parzialmente. Sul concio d’imposta, è visibile una testina scolpita e resa di profilo.

Nella scena a sinistra del pilastro compare Fedra, seduta con la testa reclinata e volta all’indietro, con una coroncina nella mano sinistra, nel vano tentativo di resistere ad Eros, il quale con decisione avanza verso di lei con una fiaccola, simbolo della sua potenza persuasiva. Attorno a Fedra si stagliano tre ancelle, partecipi ma impotenti di fronte alla scena. Una di esse, la terza da sinistra, reca in mano un rotolo di papiro (volumen). A destra di una colonnetta vi è la nutrice di Fedra che ha appena rivelato ad Ippolito il terribile segreto. Quest’ultimo si allontana da lei per raggiungere all’esterno due compagni di caccia che lo attendono, l’uno mentre tiene fermo il cavallo, l’altro con due cani al guinzaglio ed una rete sulla spalla sinistra. Ad indicare una cesura tra il gineceo, dove si trovano le donne, e l’ambiente esterno, vi è un grande telo di stoffa appeso tra gli spazi porticati (parapetasma), non qui visibili. Nella scena a destra del pilastro è rappresentata una delle battute di caccia di Ippolito. Ad aprire la raffigurazione vi è Virtus, personificazione della virtù romana, mentre alla sua destra si riconosce Ippolito a cavallo pronto a scagliare la sua lancia contro un cinghiale, braccato dai cani e da altri due cacciatori in secondo piano. Sotto gli zoccoli del cavallo di Ippolito giace una seconda preda, un cervo, già abbattuta. Sul fianco sinistro della cassa è scolpita una scena di libagione in cui Ippolito compie un sacrificio a Diana, visibile sopra uno sperone roccioso. Sul fianco destro, invece, un cacciatore trattiene il cane per il collare, pronto a liberarlo contro la preda. Il rilievo sui lati corti è più basso e meno accurato rispetto a quello sulla fronte, mentre l’interno e il retro della cassa sono lavorati sommariamente. Le figure, tranne quella del cacciatore sullo spigolo destro della fronte, sono in genere di grandi dimensioni. Alcune recano tratti estremamente realistici e la raffigurazione, soprattutto nella scena con Fedra ed Ippolito, è permeata da una forte componente patetica. Le figure sono curate a livello formale; il trapano è impiegato in modo diffuso; le capigliature sono trattate con brevi solchi. Il mito rappresentato viene adattato alle necessità della vita e le figure acquisiscono le caratteristiche necessarie per celebrare i protagonisti defunti. L’obiettivo è quello di esaltare, da un lato, Fedra come moglie o madre devota, ricca di tutte le virtuose qualità femminili di una donna romana e, dall’altro, Ippolito, come marito o figlio, giovane colto e dedito alla caccia, prematuramente scomparso. La cassa per più di metà della sua lunghezza è percorsa sulla fronte da una frattura parallela al bordo inferiore del sarcofago. Nella prima metà del Settecento il sarcofago si trovava nel giardino del Casino mediceo di San Marco a Firenze. Nonostante non ci sia una conferma delle fonti documentarie, viene generalmente accolta l’ipotesi di Dütschke, secondo cui il pezzo proverrebbe da Roma e sarebbe giunto a Firenze già nel Cinquecento. Nel 1780, dopo il restauro eseguito da Innocenzo Spinazzi, l’opera entrò agli Uffizi. Attualmente è collocato presso l’ingresso della Galleria.

Testo
Fabrizio Paolucci; Alejandra Micheli