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Ritratto di gentildonna ("La Bella")

Autore
Tiziano Vecellio (Pieve di Cadore 1488/90 - Venezia 1576)
Data
1536-1538
Collocazione
Sala di Venere
Tecnica
Olio su tela
Dimensioni
89 x 75,5 cm
Inventario
Inv. 1912 n. 18

Il ritratto femminile, noto con il grazioso appellativo de’ “La Bella”, è uno dei più celebri dipinti della maturità artistica di Tiziano, che ne affermò la reputazione di ritrattista supremo e caposcuola della pittura veneziana. Una giovane donna posta di tre quarti è ritratta con un abito ricco e di grande resa sartoriale, confezionato in una stoffa di damasco blu con sottili ricami in oro, le maniche tagliate di velluto color amaranto da cui fuoriescono gli sbuffi bianchi della camicia, e sulla mano destra una pelliccetta portata con disinvolta eleganza. Con egual sprezzatura il volto catalizza l’attenzione dello spettatore, aderendo a precisi canoni di bellezza rinascimentale come rivelano la fronte alta, le ciglia sottili, lo sguardo vivo degli occhi neri, le guance bianche screziate di rosso, il seno florido dal colore lunare, e i capelli color miele acconciati in un viluppo ordinato di trecce. La ricerca della identità della ritrattata ha costituito da sempre la questione principale su cui si sono soffermati gli studi storico artistici che hanno proposto di riconoscervi variamente la consorte del committente, la modella preferita del pittore o una sconosciuta cortigiana. A sciogliere in parte il dibattito è una lettera del 1535 del duca di Urbino, Francesco Maria della Rovere, che acquistò l’opera a Venezia intorno al 1536-38. Scrivendo a Tiziano per sollecitarne l’invio, il Duca cita il dipinto nominandolo “quel ritratto di quella donna che ha la veste azurra”, senza attribuire alcuna specifica identità alla dama, fugando così il dubbio che potesse trattarsi di persona a lui nota. Si rafforza pertanto il pensiero che il quadro vada inteso come un’immagine tesa a incarnare l’ideale di bellezza femminile, un tema assai caro alle corti del Rinascimento. Il dipinto fu trasferito a Firenze nel 1631 insieme a tutta l’eredità di Vittoria della Rovere, e qui ottenne l’appellativo che ancora oggi le viene attribuito, dopo che in una guida della fine del Settecento si riconobbe nella donna effigiata nel dipinto la “favorita” del pittore, ovvero la sua “Bella”, al tempo sinonimo di donna amata.