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Martirio di Sant’Agata

Autore
Sebastiano Luciani detto Sebastiano del Piombo (1485-1547)
Data
1520
Collocazione
Sala di Giove
Tecnica
olio su tavola
Dimensioni
132 x 178 cm
Iscrizioni

Sebastianus Venetus faciebat Rome 1520

Inventario
1912 n.179

E’ uno tra i maggiori esempi della pittura veneta del Cinquecento, firmato e datato Sebastianus Venetus faciebat Rome 1520 sul parapetto in primo piano dove è poggiato il coltello degli sgherri. In una lettera del 29 dicembre del 1519 indirizzata a Michelangelo Buonarroti, Sebastiano parla di questo dipinto come di un’opera appena finita e dice di averlo eseguito per il cardinal Rangone. La critica ha quindi ben messo in evidenza che il committente di quest’opera fu Ercole Rangone, nominato cardinale dal papa Leone X nel 1517 e titolare della chiesa di Sant’Agata a Roma. Per il suo formato particolare (rettangolare ma sviluppato in senso orizzontale) si ritiene che si tratti di un dipinto di devozione privata, un dipinto cioè che il cardinale non intendeva destinare all’altare della sua chiesa, ma piuttosto tenere presso di sé. Il dipinto raffigura il martirio subito da Agata, vergine siciliana, nata e vissuta a Catania nel III secolo d.C. Secondo la tradizione il proconsole di Catania Quinziano, invaghitosi di Agata, accusò la giovane di vilipendio della religione di Stato ordinando di catturarla. Per piegarla ai suoi desideri, la sottopose ad un crescendo di torture. Il supplizio che più impressionò la memoria popolare, diffondendosi poi largamente nelle immagini, fu il martirio delle sue mammelle, strappate con enormi tenaglie. Sullo sfondo il pittore inserì un edificio pericolante tra le fiamme, in riferimento al terremoto che si scatenò durante il martirio della Santa.

Giorgio Vasari vide il dipinto durante il suo viaggio marchigiano del 1566 nella Guardaroba di Guidobaldo della Rovere nel Palazzo di Pesaro, dandone poi conto due anni dopo in un breve ragguaglio nella Vita di Sebastiano del Piombo; il quadro giunse a Firenze nel 1631 con l’eredità di Vittoria della Rovere, ultima della Casata e moglie del granduca di Toscana, Ferdinando II de’ Medici.

Dal punto di vista stilistico la critica ha posto in rilievo come Sebastiano del Piombo abbia scelto per questa scena di violenza una soluzione formale caratterizzata dal forte accento orizzontale della composizione che veniva frequentemente adottata dai suoi compatrioti per temi di intonazione meditativa o domestica come le Eta’ dell’uomo (ad esempio nel dipinto di Giorgione) o le numerose Madonne e santi. Sono stati messi in luce altri elementi stilistici di origine veneta, come la figura a profilo perduto del governatore Quinziano all’estrema sinistra che si ritrova già in Giorgione.