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Madonna con Bambino (o Vergine che porge il Bambino)

Autore
Carlo Dolci (Firenze 1616 - 1687)
Data
1570-75 c.
Collocazione
Sala di Ulisse
Tecnica
Olio su tela
Dimensioni
201 x 123 cm
Inventario
1912 n. 302

La composizione, di cui oggi vediamo la sola figura della Madonna col bambino sgambettante, è in realtà parte di una tela di più ampie dimensioni e di formato orizzontale, raffigurante una Adorazione dei Magi. Tale accertamento si è reso possibile nel corso del restauro, condotto nel 2015 in occasione della mostra su Carlo Dolci, grazie a indagini radiografiche che hanno rivelato la presenza di una figura maschile, identificabile con il re mago Melchiorre, inginocchiato in basso a destra e perfettamente in asse con il movimento e la direzione dello sguardo di Maria e Gesù. Si spiega in questo modo la collocazione in diagonale di madre e figlio, ricompresi in un modello iconografico ormai consolidato nella pittura seicentesca per rappresentare l’arrivo dei Magi alla capanna e impiegato da Dolci più volte, con varianti nel formato (Londra, National Gallery; Stamford, Burghley House Collection, Glasgow Kelvingrove Art Gallery). Come nelle altre versioni, anche la tela palatina doveva avere uno sfondo diversamente articolato, poi coperto da una stesura bruna uniforme al fine di isolare le sole due figure principali, come una sorta di grande “santino” devozionale.

Non è chiara la committenza iniziale di questa tela che figurava alla fine del Seicento nelle collezioni di Vittoria della Rovere, principale estimatrice della pittura di Dolci. Carlino, come era affettuosamente soprannominato per via della delicata costituzione, s’impegna qui in una delle prove più vivide della sua carriera. L’eccellente qualità pittorica del dipinto, la stesura smaltata e corposa, il disegno nitido e dettagliatissimo che stacca e definisce le forme fin nel dettaglio più minuto, la ricercatissima scelta di colori, come il costosissimo lapislazzuli del manto della Vergine, le lacche rosse del suo vestito, l’uso di oro in polvere per conferire alle aureole il particolarissimo effetto di luce dorata ed effusa, confermano le parole di Filippo Baldinucci sulla proverbiale ‘diligenza’ del pittore nel rappresentare “con mirabile artifizio le cose più minute” tanto che “la mano stessa del riguardante debba all’occhio servire per testimonio veridico che elle sieno dipinte e non vere”.