Jenny Holzer
Jenny Holzer

Self-portrait - Living: Some days you wake and immediately…

Jenny Holzer (Gallipolis, USA, 1950)
Data
1981
Collezione
Tecnica
Smalto dipinto su metallo
Dimensioni
53,3x58,4 cm
Inventario
Inv. 1890 n. 10577

Jenny Holzer , fra le più note esponenti dell’Arte concettuale, da oltre quarant’anni lavora sulla scrittura per esplorare quali effetti le parole possono avere su ciascuno di noi se si frappongono, in modo inconsueto e dirompente, alla nostra ripetuta percezione di spazi e situazioni.

I suoi messaggi, con connotazioni politiche e sociali su tematiche che spaziano dalla guerra, al femminismo, ai grandi drammi del nostro mondo contemporaneo, sono veicolati attraverso supporti, canali e spazi non convenzionali, in serie di progetti che, con il preciso intento di raggiungere un pubblico più ampio possibile e di risvegliare, attraverso lo spiazzamento o la ripetizione seriale, la nostra coscienza critica, assurgono spesso alla dimensione di arte pubblica.

Di serie in serie, e con procedimenti talvolta vicini al guerrilla marketing, Holzer, in una continua indagine sul linguaggio e sui suoi meccanismi di diffusione e percezione, ha stampato i suoi messaggi su volantini, posters, come sugli oggetti quotidiani più svariati; li ha composti in lettere di metallo o incisi su pietra o in installazioni al neon; ha realizzato, in scala più monumentale, composizioni testuali su tabelloni segnapunti, insegne pubblicitarie, enormi pannelli led, proiezioni su facciate di edifici.

L’artista usa comunque anche tecniche più tradizionali, come la pittura: è il caso della serie Living (1980-82), cui appartiene quest’opera.  Brevi testi sono dipinti su supporti di metallo, per dar loro un anonimo e autorevole aspetto istituzionale: così, questo cartello, con la sua semplice assertività di didascalia, si impone nella nostra placida quotidianità a ricordarci come, tutto attorno a noi, c’è sempre qualcosa che può sovvertire la nostra apparente tranquillità.

L’opera è stata donata dall’Artista alla Galleria degli Uffizi nel 2010.

Testo
Francesca Sborgi