Annunciazione

Benvenuto Tisi, detto il Garofalo (Canaro, Rovigo 1476/1481 - Ferrara 1559)
Data
1535 c.
Collezione
Collocazione
Sala della pittura emiliana del Cinquecento
Tecnica
Olio su tavola
Dimensioni
55,2 x 76 cm
Bibliografia

A. M. Fioravanti Baraldi, Il Garofalo. Benvenuto Tisi pittore (c. 1476-1559). Catalogo generale, Rimini 1993; A. Pattanaro, Garofalo e la corte negli anni di Alfonso I (1505-1534), in Il camerino delle pitture di Alfonso I, a cura di A. Ballarin, 6 voll., Cittadella (Padova), 2002-2007; Garofalo. Pittore della Ferrara Estense, a cura di T. Kustodieva, M. Lucco, con la collaborazione di M. Danieli, catalogo della mostra (Ferrara, Castello Estense, 5 aprile-6 luglio 2008), mostra di Ermitage Italia, Milano 2008; A. Pattanaro, ad vocem “Garofalo”, in Dizionario Biografico degli Italiani, Vol. 95 (2019), con bibliografia precedente https://www.treccani.it/enciclopedia/tisi-benvenuto-detto-garofalo_%28Dizionario-Biografico%29/ 

Inventario
1890 n. 1365

L’opera rappresenta l’episodio dell’Annunciazione [Vangelo di Luca 1, 26-38] che per la fede cristiana dà avvio al compiersi dell’incarnazione di Dio. La scena si svolge all’interno di un ampio spazio porticato, dominato da un’imponente ma ariosa architettura: a sinistra l’arcangelo Gabriele, appena sopraggiunto e con le vesti ancora sollevate, si mostra in tutta la sua magnifica eleganza recando con sé l’annuncio e uno stelo con tre gigli fioriti, omaggio alla purezza della Vergine e richiamo alla Trinità. Maria, abbigliata come una giovane ragazza del Cinquecento, è rappresentata a destra, in corrispondenza della colonna portante: colta di sorpresa durante l’ora della preghiera, si volge all’indietro con un’ardita torsione di gusto manierista. Lo sguardo manifesta timore, ma il suo atteggiamento mostra già la disposizione del cuore, orientato alla consegna di sé e all’accoglimento dell’invito divino.

All’interno della produzione dell’artista, un termine di confronto su questo stesso tema si trova nell’Annunciazione dipinta nel 1528, oggi alla Pinacoteca Capitolina di Roma.

L’opera si colloca ben dopo gli anni del secondo soggiorno romano del Garofalo, quando l’artista matura un linguaggio che armonizza e sintetizza tutti gli elementi provenienti dalla sua formazione e dalle sue esperienze: dalla grazia classicheggiante che ricorda Raffaello, tanto apprezzato alla corte di Alfonso d’Este a Ferrara dove Garofalo lavorò a più riprese, alla resa degli spazi appresa a Roma da Giulio Romano, qui giunta a una rielaborazione personale. La scena, infatti, si dilata conducendo lo sguardo sulle prospettive del paesaggio e della camera da letto della Vergine, il luogo più intimo della casa. Non mancano infine i riferimenti alla pittura veneta, in particolare a Tiziano, da cui Garofalo deriva l’intenso cromatismo che accende i rossi degli abiti.

Custodita a Palazzo Pitti dall'inizio del XVIII secolo, l’opera è giunta agli Uffizi nel 1773.

Testo
Francesca Passerini