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Visione di Ezechiele

Autore
Raffaello Sanzio (Urbino 1483 - Roma 1520)
Data
1517-1518 ca.
Collocazione
Sala di Saturno
Tecnica
Olio su tavola
Dimensioni
41 x 30 cm
Inventario
1912 n. 174

Questa piccola tavola si identifica con quella che Vasari nella vita dell’Urbinate indica come “un Cristo a uso di Giove in cielo e d’attorno i quattro Evangelisti, come li descrive Ezechiel”. La scena descrive infatti un episodio tratto dal Libro di Ezechiele e presenta al centro il Padre Eterno che solleva le braccia in segno benedicente, sostenuto da due angiolini, dall’aquila, dal bue e dal leone simboli rispettivamente degli evangelisti Giovanni, Luca e Marco, mentre Matteo è figurato dall’angelo ammantato della clamide azzurro violacea. Una corolla di testine angeliche popola il rovente squarcio di cielo, eseguite a monocromo o anche solo incise sulla mestica, provocando un effetto mosso e vibrante. In basso, al di sotto della fascia di nubi, si apre un ampio paesaggio di terra e mare che scorre in lontananza tra bagliori intensi e ombre. A sinistra una lama di luce cade su due sagome affiancate da un cavallo, una delle quali viene generalmente identificata con il profeta Ezechiele. La cronologia della tavoletta viene piuttosto concordemente fissata tra il 1517 e il 1518, negli anni più intensi dell’attività di Raffaello a Roma, quando si fanno strada nella sua bottega alcuni valenti collaboratori ai quali l’Urbinate affidava i compiti più importanti per la traduzione grafica e pittorica delle sue idee. Per tale motivo, gli studiosi hanno talvolta messo in discussione l’autografia raffaellesca, proponendo invece il nome di Giulio Romano o di Giovan Francesco Penni. Eppure la Visione di Ezechiele, nella sua altissima qualità pittorica, difficilmente si potrebbe immaginare eseguita se non da Raffaello, per la capacità di ridurre nel piccolo formato la monumentalità delle figure e il respiro ampio della composizione, la varietà delicata e morbida dei passaggi cromatici. Il soggetto fu ripreso in un arazzo in lana, seta e fili dorati eseguito come “sopracielo” (cioè la copertura del baldacchino) del cosiddetto ‘Letto dei Paramenti’ di Leone X, ovvero il letto da parata presso il quale il pontefice indossava le vesti prima delle cerimonie ufficiali.