De Chirico, Composizione metafisica
De Chirico, Composizione metafisica

Composizione metafisica

Giorgio De Chirico (Volos 1888-Roma 1978)
Data
1950-1960
Tecnica
Olio su tela
Dimensioni
60x50 cm.
Iscrizioni

in basso a destra “De Chirico”

Inventario
Giorn. 1925

Sul retro della tela, un’autentica di De Chirico recita: “questa pittura metafisica vita silente di una testa di Apollo con un guanto di gomma rossa è opera autentica da me eseguita e firmata”. Il dipinto è una replica fedele, eseguita con ogni probabilità negli anni Cinquanta, dell’opera Canto d’amore del 1914, in collezione del Museum of Modern Art di New York ed è una significativa esemplificazione di una delle operazioni più note e discusse messe in campo da De Chirico, ovvero la sistematica riproduzione dei suoi più celebri dipinti, e in particolare di quelli del periodo metafisico e surrealista, con l’intento di eliminare la distinzione concettuale fra vero e falso, fra autentico e copia, per sovvertire del tutto la possibilità di riconoscere e ordinare le sue opere in un percorso cronologico.

Pur distinguibile dal dipinto del 1914 da minime variazioni (la sagoma della locomotiva e il colore del cielo sullo sfondo a sinistra, le linee tratteggiate sulla palla in primo piano, la testa in posa leggermente più frontale), la Composizione metafisica comunica un forte senso di spaesamento dato dall’accostamento fra oggetti astratti dal loro contesto semantico originario e offerti alle molteplici interpretazioni dell’osservatore. La citazione dall’Antico (la testa è quella dell’Apollo del Belvedere) accanto a un oggetto del tutto moderno, è collocata in una architettura impossibile e mutamente immobile, in contrasto con la palla, in precario equilibrio. L’interpretazione dell’opera resta quindi aperta a significati diversi e anche antitetici: Apollo, dio di tutte le arti e protettore di Delfi, è fonte di vita ma anche di morte; il guanto, per Apollinaire, rimanda all’ostetricia ed è oggetto metafisico per eccellenza, emblema della nascita di un’arte nuova. La solidità della statua si contrappone all’oggetto di plastica afflosciato: entrambi simulacri, gusci vuoti di una identità perduta (o ancora da trovare).

Il dipinto perviene alla Galleria d’arte moderna di Palazzo Pitti nel 1964 per donazione di Leone Ambron.

 

 

 

Testo
Francesca Sborgi