Spinello di Luca detto Spinello Aretino

(Arezzo, ante 1373 – ante 14 marzo 1411)

Cristo benedicente

Tempera su tavola, diametro cm 25,1

Inv. 1890 n. 10609

1384-1385 circa

 

Descrizione tecnica e iconografica

Frammento del coronamento di una pala d’altare, raffigura Cristo redentore, a mezzo busto,  benedicente con la mano destra mentre reca nella sinistra un filatterio con iscritto EGO.  La forma rotonda della tavola è frutto di un rimaneggiamento del supporto e non è chiaro quale fosse la foggia originale del dipinto. 

 

Stato di conservazione e restauri

L’opera è assai rimaneggiata e ha subito interventi di restauro non documentati. É presente una fenditura verticale in coincidenza del punto di assemblaggio delle due assi, a fibratura diagonale, che formano il supporto. La fenditura è stata consolidata tramite l’applicazione di due inserti lignei a farfalla. Un’altra fessurazione, ad andamento diagonale, interessa la superficie pittorica nella parte destra del volto di Cristo.

Sul verso, nella metà inferiore della circonferenza, sono evidenti integrazioni lignee di circa cm 4 in basso e di cm 2 ai lati, apposte per regolarizzare la forma della tavola in un momento precedente alla pubblicazione dell’opera nel 1928. L’immagine riprodotta nello studio di Procacci (1928) mostra il dipinto inserito entro una cornice moderna e con uno sfondo diverso dall’attuale, sul quale si stagliava l’impronta del compasso a fondo oro che inquadra la figura di Cristo. Il busto di Cristo appariva integrato lungo il margine inferiore per adattarsi alla foggia circolare della tavola. Era allora già evidente il profondo graffio che percorre la veste di Gesù.

Prima della vendita all’asta a New York nel 1934, il perimetro del trilobo mistilineo fu delimitato dalla sottile cornice rilevata dorata presente ancora oggi.

La sistemazione attuale del dipinto precede la vendita all’asta a New York del 30 maggio 1979. Lo sfondo eccedente il trilobo è stato dipinto di nero. La superficie pittorica originale, molto impoverita, presenta lacune sparse e ridipinture, più evidenti in corrispondenza della sommità della testa e della fronte del Redentore e nelle vesti. Il fondo oro sembra essere in gran parte rifatto, ma lascia affiorare la decorazione dell’aureola composta da linee incise e semplici punzoni circolari.  

Sul verso sono presenti varie iscrizioni, legate alle vicende collezionistiche.

Quella più antica, precedente all’intervento di risanamento del legno, è il numero 103 (oppure 193), scritto al centro a pennello,  parzialmente danneggiato dall’apposizione delle farfalle lignee; poco più sotto è scritto X 7. Sul supporto originale è presente anche l’iscrizione, a lapis,  1371 A / SD I DB (?). Si sovrappone ai cunei lignei di risanamento la scritta BHI-a 978.59. Inoltre, sulla porzione di legno nuovo in basso, sono presenti un timbro a inchiostro, illeggibile, e il numero 10709 (?).

 

Provenienza e vicende collezionistiche

Secondo la maggior parte degli studi critici (Perkins 1937, p. 386; Ferretti 1993; Weppelmann 2011, p. 139 cat. 18), prima dell’uscita dal territorio italiano alla fine degli anni Venti del XX secolo il dipinto si trovava a Firenze nella raccolta dell’antiquario Ventura, sebbene Procacci (1928), nell’articolo che ha reso noto il dipinto, lo indicasse invece come parte di una diversa collezione fiorentina, quella Volterra. Passò quindi alle Ehrich Galleries a New York prima del 1930 (Fototeca Zeri, scheda 1785) e fu venduto all’asta a New York, American Art Association, nel 1934. Sulla base di un’indicazione riportata nell’archivio della Frick Art Library (FARL 704-B), l’opera passò quindi della collezione Colsmann (Weppelmann 2011). Del dipinto si persero poi le tracce fino a quando non ricomparve nuovamente in vendita a New York, Sotheby’s, nel 1979. Pervenuto in Italia nella collezione di Stefano Ferrario a Borsano, Varese (Ferretti 1993), fu venduto da Finarte a Milano il 13 dicembre 1989 (Ferretti 1993) e pervenne nella raccolta dell’antiquario Riccardo Gallino (Ferretti 1993), dove era ancora nel 2003 (Weppelmann 2011, p. 139 cat. 18). Acquistato dalla Blue Art Limited di Londra, è stato presentato all’Ufficio Esportazione di Firenze il 6 agosto 2012 e comprato dallo Stato italiano per la Galleria degli Uffizi con Decreto ministeriale n. 24410 del 10 settembre 2012.

Per le ipotesi circa l’originale ubicazione, si vedano le vicende critiche.

 

Vicenda critica e analisi

Il dipinto è stato reso noto da Ugo Procacci (1928) con l’attribuzione a Spinello Aretino, riferimento che non è mai stato messo in discussone dagli studi successivi, concentratisi invece sul problema dell’originale complesso di provenienza: una pala d’altare di  cui la tavola col Redentore benedicente doveva costituire, per dimensioni, forma e soggetto, la cimasa, quella centrale nel caso si fosse trattato di un polittico. Procacci propose di riconoscervi la sommità dell’ancona ricordata da Giorgio Vasari alla metà del XVI secolo nella chiesa di Monte Oliveto Maggiore (Asciano, Siena), di cui facevano parte le tavole con l’Incoronazione della Vergine e il Trapasso della Vergine della Pinacoteca Nazionale di Siena (n. 125), oltre che i laterali con i santi Nemesio e Giovanni Battista e i santi Benedetto e Lucilla rispettivamente nel Museo Nazionale di Budapest (inv. 36) e al Fogg Art Museum a Cambridge, Harvard University (inv. 1915.12 a-b). Secondo la ricostruzione documentaria di Procacci, si tratterebbe della sontuosa pala d’altare commissionata a Lucca nel 1384 a Spinello Aretino, al legnaiolo fiorentino Simone Cini e al doratore senese Gabriello Saracini per la chiesa dei benedettini olivetani di Santa Maria Nova a Roma, poi pervenuta alla casa madre dell’ordine a Monte Oliveto, dove Vasari la vide e ne trascrisse il nome dei tre artefici e la data di completamento, il 1385 (G. Vasari, Le vite. Edizione Giuntina e Torrentininana, http://vasari.sns.it, pp. 281, 285; per la vicenda aggiornata, Weppelmann 2011, pp. 50-51, 143-158, 374-377 appendice documentaria n.7).

Il collegamento della figura del Cristo benedicente col polittico già a Monteoliveto era accolta da Boskovits, (Boskovits 1975, p. 439), Damiani (G. Damiani in Il Gotico a Siena 1982, p. 302), Natale (Pittura italiana 1991, p. 138), mentre sospendeva il giudizio Fehm (Fehm 1973, p. 265) ed era rifiutato da Calderoni Masetti (Calderoni Masetti 1973, pp. 13 nota 16), che riteneva il frammento eseguito prima del 1384. Qualche perplessità era espressa da  Torriti (Torriti 1980, p. 232) e Ferretti (1993), il quale, pur concordando circa la datazione verso il 1384-1385, giudicava la cimasa eccessivamente grande per sormontare l’Incoronazione della Vergine della Pinacoteca di Siena (larghezza alla base cm 59, altezza cm 112) e prendeva in considerazione l’ipotesi che il Redentore potesse aver fatto parte di un altro polittico, ad esempio quello composto dalla Madonna col Bambino in trono in un collezione privata messicana e dai santi Filippo e Grisante, Daria e Giacomo nella Pinacoteca Nazionale di Parma (inv. 454, 457), proveniente forse dalla chiesa dei SS. Simone e Giuda a Lucca. La proposta di Ferretti era ripresa con maggiore decisione da Silvia Giorgi (Giorgi 1997, p. 52), ma rifiutata da. Tartuferi (Tartuferi 1998, p. 138) che ritiene la tavola col Cristo benedicente leggermente più tarda rispetto al polittico della chiesa del SS. Simone e Giuda, che egli data verso il 1380. Cautela esprime anche Gonzàlez Palacios (Gonzàlez Palacios 1998, p.19), che considera plausibile l’appartenenza della cimasa sia al polittico di Monteoliveto, che a quello con Madonna e santi eseguito da Spinello entro il 1384 per la chiesa di San Ponziano a Lucca, diviso fra il Fogg Art Museum a Cambridge, Harvard University (inv. 1917.3), l’Ermitage a San Pietroburgo (inv. 272, 275) e la Galleria Nazionale di Parma (inv. 452, 439, 430).

Weppelmann (Weppelmann 2011, p. 139 cat. 18), che ritiene difficile riuscire ad individuare quale fosse il complesso di provenienza della cuspide, sottolinea le affinità con un gruppo di tavolette con figure di santi già appartenenti a suo parere ai pilastrini laterali del polittico di San Ponziano a Lucca, nei quali lo studioso osserva lo stesso fine tratteggio e lo stesso modo di contornare i manti con una doppia linea dorata. Il confronto, che sposta la discussione sul problema tuttora aperto della ricostruzione delle carpenterie dei polittici lucchesi di Spinello, appare calzante soprattutto  per i tre piccoli santi Apostoli già in collezione Shoeri a Zurigo (Weppelman 2011, pp. 137-138), anche se il collegamento con il trittico di san Ponziano rimane del tutto ipotetico. Circa la presunta appartenenza della cimasa col Redentore dal polittico già a Monteoliveto, è da rilevare invece che le figure dei profeti che coronano le tavole oggi a Budapest e a Cambridge sono inseriti entro quadrilobi, e non in trilobi (ma la tavola con Cristo benedicente è molto manomessa), e il perimetro è delimitato da una fascia punzonata di cui non c’è traccia nello sfondo del Cristo Redentore. E’ pertanto condivisibile la cautela espressa da Weppelman nel tentare di individuare l‘originale provenienza del dipinto, che per altro poteva essere inserito anche in un contesto diverso da un’immagine mariana al centro di un polittico, come attesta la tavola dell’ambito di Spinello Aretino  con Sant’Antonio Abate in trono a Providence, Musesum of Art, Rhode Island School of Design, inv. 16.423, coronata da un trilobo col Redentor (Weppelman 2011, pp. 161-162).

 

Bibliografia

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 Boskovits  1975: M. Boskovits, Pittura fiorentina alla vigilia del Rinascimento 1370-1400, Firenze 1975.

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Imagines è pubblicata a Firenze dalle Gallerie degli Uffizi. Direttore responsabile: Eike D. Schmidt. Redazione: Dipartimento di Comunicazione Digitale. ISSN 2533-2015
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Daniela Parenti
Imagines n. 2
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